una potente, rapida e semplice tecnica mentale per migliorare se stessi. Da soli.
mercoledì 11 dicembre 2013
LA ZONA DI COMFORT
La zona di comfort è quella situazione in cui si cerca di evitare tutto ciò che da' fastidio.....ed è molto insidiosa, perchè si veste da "ama te stesso" e che attiene a quell'area di consigli pseudo-spirituali che ti dicono fa' quello che ami ed evita quello che odi, le persone che ti disturbano, le persone negative.....ecc. ecc. Ci cascano anche tanti spiritualisti che si chiudono al mondo per non avere "seccature" nella loro ricerca spirituale. Lo facciamo tutti eh, proprio tutti, ma questo modo di procedere non è libertà spirituale, ma......comodità, comfort, appunto. Non bisogna esagerare....qualche volta un po' di comfort ci vuole....occorre tirare il fiato e godersela un po', ma la vera libertà è diventare capaci di imperturbabilità e pace e buon umore anche se si è immersi in situazioni "sgradevoli" o si ha a che fare con persone "negative" dal nostro punto di vista. Se insomma il mondo non ci fa vedere il suo lato migliore.....il cambiamento avviene proprio in quei momenti in cui siamo forzati a stare in situazioni difficili e riusciamo a mantenere la positività...E' di per se' evidente che se tutti riuscissimo a mantenere positività anche di fronte alle avversità (il cosiddetto portare la propria croce), non avremmo più persone negative e il mondo sarebbe un paradiso.
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venerdì 6 dicembre 2013
DOVE SI TROVA LA FELICITA'?
Quanta più distanza mettiamo tra ciò che siamo ed abbiamo e ciò che vorremmo, tanto più soffriremo......è una legge matematica. Vi sono persone famose che ai nostri occhi hanno tutto, soldi, fama, successo, famiglia, figli , salute, stima (spesso totalmente infondata) eppure sono infelici, frustrati, incazzati, doppi, falsi, alcolizzati o/e drogati, avidi di denaro e potere, mai sazi...gente che anche se avesse il 99% della gente che li adora, andrebbero a litigare con quell'1% che non li ama. Più che persone sono degli alienati mentali, delle maschere tragiche. Poi magari, si vedono bambini che vivono in povertà, sotto nutriti, che giocano a piedi scalzi, quasi nudi, con delle foglie messe insieme a fare una palla, che......ridono, ridono con i denti che non hanno, con i loro occhi che brillano come stelle, con i loro visini sporchi e screpolati ... e felici rincorrono la palla....Non sono bimbi, sono piccoli maestri... Ci insegnano che non sono le cose che danno la felicità, ma sono i nostri pensieri, il nostro modo di vivere e percepire la realtà. Ma riconosco che non è sempre facile trovare quella strada. No, non è facile. La nostra mente spesso è piena di considerazioni negative, di impossibilità o inutilità oppure di emozioni negative come depressione, rabbia, paura, ecc.
Occorre individuare esattamente questi pensieri o cms e sgretolarli ed eliminarli se vogliamo stare bene.....Ma quali possono essere le cms che ci impediscono di progredire, di trovare la felicità? Questo è soggettivo e ogni persona ha le sue cms che entrano in azione...magari possono essere considerazioni che sembrano "neutre" tipo "tanto non serve a niente" o "ma io voglio che" ecc... insomma qualsiasi pensiero che dia l'idea che non saremmo felici se prima non raggiungiamo, diventiamo, otteniamo ecc... qualcosa.
La crescita e la liberazione non è un affare da 5 minuti, nemmeno con la DSE, ci vuole tempo, pazienza, attenzione, autoascolto, sincerità e tanta costanza. Ma se si vuole andare avanti, si va.
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LA DIPENDENZA PSICOLOGICA DA FARMACI
Si parla spesso della dipendenza che i farmaci per la mente creerebbero e questo è uno degli argomenti più gettonati per dire che non bisogna prenderli.
Io ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che i farmaci sono utili e che consentono di rimettere le persone in piedi e in grado di curare la loro vita, soprattutto nel momento acuto dei malesseri. Non si può pretendere che una persona devastata da ansia, panico o depressione possa permettersi di rinunciare ai farmaci, con il rischio di vedere saltare per aria vita, lavoro e famiglia.
Occorre quindi, quando necessario, assumerli, sotto controllo medico e nella misura minima possibile al fine di ottenere i risultati necessari per continuare la propria vita.
Non di meno però i farmaci sono uno strumento per tamponare lo straripamento dell’ansia, ma il problema vero è ovviamente estirpare l’ansia, non tenerla sotto controllo con i farmaci. Nel lungo periodo occorre porsi il problema di come uscire completamente dall’emergenza ansia.
C’è però un problema che “sembra” dovuto ai farmaci, ma che in realtà è dovuto alla mente. L’efficacia generalmente notevole dei farmaci, induce un pericoloso elemento nella mente, anzi più d’uno. Ed è la convinzione che senza di loro non si può andare avanti. E’ la dipendenza psicologica dai farmaci. C’è certamente anche una dipendenza organico-chimica dai farmaci variamente attiva, me è la più facilmente risolvibile, basta resistere qualche giorno. Del resto se si può uscire dall’eroina, non si vede perché non si possa uscire dallo Xanax.
Il vero problema è invece la dipendenza psicologica. Dopo anni che si assumono farmaci essi diventano parte integrante del modo di ragionare sul proprio problema, si arriva a pensare in termini farmacologici, si pensa ai dosaggi, alle frequenze, alle molecole, si crea così una mentalità da farmacodipendenza che è assai difficile estirpare.
Questa “parte” del problema è però di fatto costituita da CMS, come tante altre dipendenze, come quella dal gioco d’azzardo, dal fumo, ecc. Queste CMS, attraverso le loro “vocine” insistenti ci convincono che non possiamo farne a meno altrimenti staremo male o ritorneremo a stare male.
Questo modo di “ragionare” vincola all’uso del farmaco ANCHE SE in realtà attraverso cambiamenti personali, psicoterapie, o altri trattamenti, le ragioni che hanno condotto all’ansia sarebbero risolte.
Avviene cioè che la sola idea che non si sia preso il farmaco o che si decida di non prenderlo, allarmi tutta la mente che “entra in ansia” all’idea di non assumere una cosa che a torto o ragione rappresenta uno scudo protettivo.
Il problema dell’ansia e delle emozioni negative in genere è che anche se le cause originarie possono essersi risolte per molte altre vie, permane una “mentalità” da sofferente, da malato, che è diventata un abito mentale e che da solo è più che sufficiente per non permettere di uscire dalla situazione di ansia.
Per dirla in una battuta, si finisce per avere l’ansia….perché si ha l’ansia.
Non si deve sottovalutare il potere delle mente, né nel bene né nel male. Se pensiamo di essere malati, lo saremo, perché crediamo di esserlo. A volte possiamo pensare di essere sani e non esserlo, ma è difficile pensare di essere malati senza poi esserlo davvero, almeno nel campo della mente.
Facciamo questo esempio. Ipotizziamo di camminare su un ponte di corda, sapete uno di quelli tibetani alla Indiana Jones….e che lo stesso appare logoro e poco resistente. La paura ci prenderà perché non abbiamo certezza che possa tenere il nostro peso…e questo anche se non siamo una persona ansiosa….Avremo anche battito accelerato….forse qualche vertigine, sudorazione alla mani etc. etc.
Ora immaginiamo di superarlo e dopo un po’ ne incontriamo un altro pressoché identico all’apparenza, ma in realtà intrecciato in fibre di carbonio resistentissime, perché si tratta di un ponte di corda di scena per fare i film e quindi sicurissimo, ma noi non lo sapppiamo.
Beh, avremo la stessa identica paura dell’attraversamento precedente, perché non avremo idea della differenza.
La paura di stare senza farmaci è uguale….Magari ora siamo su un ponte sicurissimo, abbiamo superato le nostre ansie, ma pensiamo ancora di essere delle persone che soffrono di ansia….pensiamo cioè di avere ancora sotto i piedi un ponte traballante ed insicuro…e continuiamo ad aggrapparci alle corde dei nostri farmaci che sappiamo non ci faranno cadere….
Ed è così che la mente……ci inganna e ci schiavizza.
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domenica 24 novembre 2013
CONOSCERE GLI ALTRI
Si dice che ciò che non ci piace degli altri è ciò che non ci piace di noi... non è del tutto vero o meglio ... può essere vero in parte...anzi quasi sempre lo è. E' molto più vero invece che le cose che non ci piacciono degli altri sono cose che già non ci piacciono a priori. Se ad esempio una persona è sgarbata e noi non lo siamo, proviamo antipatia per questa persona....E' un infinito gioco di segnali e risposte, tali prese di posizione sono limitate nel tempo e nel rapporto perchè nel corso della vita si cambiano idee e comportamenti e quello che prima amavamo alla follia poi lo detestiamo e viceversa. Tenere presente cioè che le nostre preferenze ed antipatie sono legate ad un momento della storia della nostra vita è assai utile per prendersi la pazienza e la cautela nel prendere posizione ed attendere almeno di conoscere in profondità l'altro, prima di propendere. Inoltre, e questa è forse la verità più vera, tanti comportamenti che non gradiamo sono dovute a nostre errate conclusioni sulle motivazioni del prossimo. Ecco, può aiutare chiederci se quando giudichiamo i comportamenti altrui sappiamo il perchè VERO di questi comportamenti. Perchè a volte ci dimentichiamo che dietro a certi comportamenti, a tanti modi di essere c'è essenzialmente una sofferenza, e quando scopriamo questo cambia il nostro modo di valutare la cosa. Dobbiamo ricordarci che tutti noi abbiamo le nostre CMS (cariche mentali subconsce), e quasi sempre non le conosciamo. Conoscere come funziona la nostra mente, apprendere i suoi processi di pensiero è importante non solo per noi stessi ma anche per conoscere meglio gli altri ed avere un giusto rapporto con loro.
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venerdì 15 novembre 2013
REPRIMERSI
La repressione è un atto comunemente attuato da noi tutti e meno male che è così. Da un punto di vista della dinamica del pensiero la repressione è una forza-pensiero che contrasta ed inibisce un'altra forza pensiero, Da un punto di vista DSE, abbiamo due CMS che si contrappongono, dando di fatto una situazione di stallo. Questa situazione di stallo è causa di sofferenza, perchè la mente non è in pace, in equilibrio. Ma se si "demonizza" la repressione come concetto assoluto, si rischia di fare confusione. Anche una persona tendenzialmente violenta, o peggio omicida, fa "repressione" su di sè, come anche noi la facciamo quando magari vorremmo esternare la nostra rabbia o paura e invece la controlliamo....e meno male! Tuttavia una situazione "costante" di repressione non è una via di liberazione ,ma di sofferenza. Ma se la risposta è di eliminare le istanze repressive e basta, si rischia di cadere dalla padella nella brace. La vera via alla liberazione mentale consiste nella liberazione dalla repressione e dalla pulsione che la repressione combatte...ENTRAMBE le CMS vanno superate e rese inoffensive. Se non c'è più pulsione, non c'è alcun bisogno della repressione. Se "risolvo" le mie tendenze omicide, non avrò più bisogno di reprimerle...se supero la mia insoddisfazione, magari legata a futili motivi, non dovrò più reprimerla con l'autocontrollo...si esce così dal dualismo che è la vera struttura di cui si nutre la repressione.
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martedì 12 novembre 2013
IL NUOVO IO
[…] Ti rendi conto quindi che quello che prima chiamavi “io” era in effetti una serie complessa ed articolata di pensieri che ti sei trovato lì, accatastati uno dopo l’altro e che li hai presi per tuoi anche se in effetti non è che poi ti piacessero tanto…..Ma ora sperimenti che c’è un nuovo “io” che non sapevi di avere e che è quello che riesce ad osservare tutto questo. Non solo, ma anche ha in testa un’altra idea di “io” che gli piacerebbe essere.
[…] Questo nuovo io in gestazione “sa” che per poter emergere, tutto il vecchio materiale che ancora condiziona ed appesantisce, deve essere tolto di mezzo, spazzato via. Questo nuovo io ha capito che le paure, le convinzioni assolute, le ansie, le rabbie…tutto questo ciarpame mentale va ripulito per lasciare emergere ed agire il nuovo io.
Ma questo nuovo io si trova di fronte ad un nuovo problema: il vecchio io non se ne vuole proprio andare…..non vuole rinunciare ai suoi vecchi schemi di funzionamento….accade ancora che anche se il nuovo io sa molto bene che la corretta reazione per quella situazione non è deprimersi, arrabbiarsi, spaventarsi, non di meno lui continua a deprimersi, arrabbiarsi e spaventarsi e scopre che quello che prima lui riteneva essere legittimamente il “suo” modo di reagire, oggi scopre che ci sono parassiti nella sua mente che lo obbligano a comportarsi come più non vuole fare, e più non vuole essere…Gran parte dei suoi comportamenti non sono “suoi” ma sono agiti dalla sua mente a prescindere dalla sua volontà (dice S.Paolo nella lettera ai Romani cap 7:14-17: “Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me"
Questa che è chiamata “carne” nelle parole di S.Paolo è proprio quel dominio della mente di cui non ci si riesce a liberarsi nemmeno dopo che la si è scoperta. Sono processi automatici che si avviano e che ci fanno comportare come burattini governati da fili invisibili…
Ora pare che la nuova situazione sia peggiore di quella precedente….Ora si sa che certi comportamenti sono sbagliati e non li si vuole più, ma non di meno sono ancora presenti e ci disturbano più di prima perché prima li consideravamo come scelti da noi e quindi erano ben accetti, mentre ora la loro sola presenza ci irrita e ci indispettisce ancora di più. La sensazione lucida e incisa nella carne che non siamo liberi nemmeno dentro la nostra testa è davvero frustrante.
In questa situazione nasce spontanea la domanda: e adesso come faccio?
[...] Avevo già letto parecchio sui metodi di cambiamento personale: dalla psicoanalisi al training autogeno, dal Rebirthing al Kriya Yoga, spaziando con una certa voracità e anche confusione, da una cosa all’altra.
Nel frattempo, avevo cominciato a scoprire alcune cose per conto mio sul funzionamento della mente che furono i primi mattoni del metodo che questo libro illustra.
Avevo scoperto che quando mi fissavo su un pensiero e lo stesso non mi piaceva, lui persistentemente e insopportabilmente, continuava a martellarmi nella testa, dandomi anche una frustrante sensazione di impotenza. Ma, se lo prendevo in carico di mia volontà e cominciavo a farlo “girare” nella testa con l’intenzione appunto di “farlo girare”,…….alla fine “lui” si stancava e….puff, se ne andava…
La cosa era davvero curiosa….sembrava proprio un piccolo demone….fino a quando non lo volevo, stava lì, indistruttibile….quando avevo deciso di dargli spazio, di farlo entrare dalla porta principale del mio conscio, un po’ come aprirgli la porta di casa, all’inizio si espandeva e prendeva ancora più spazio, ma poi, più gliene davo, meno gli piaceva….ci trovava sempre meno gusto…e alla fine si stancava e si….spegneva.
Cominciai a studiare questo meccanismo e scoprivo che continuava a funzionare per più pensieri, sistematicamente, e quindi cominciai ad usare questo metodo per tutte le cose che non mi piacevano girassero per la testa…..Non sempre funzionava…..ma molto spesso sì…e capiì anche successivamente perché non funzionava quando non funzionava.
Avevo così trovato un metodo, un approccio per mettere sotto controllo certi impulsi della mente e certi pensieri poco costruttivi.
Nel corso degli anni molte cose di questo meccanismo mi si sono chiarite nella testa e sistematizzandole anche con l’integrazione di altri approcci, ho elaborato questo nuovo metodo al cambiamento personale che ora presento in modo organico e formalizzato ai lettori: la Deprogrammazione Semantico Energetica (DSE).
Tratto da “DSE – Deprogrammazione Semantico Energetica”
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domenica 10 novembre 2013
LA REALTÀ INESISTENTE
Come è strutturato il pensiero? Come funziona davvero? Beh, prima di tutto c’è da sottolineare che i pensieri sono di due tipi, o, per meglio dire, si “esprimono” con due differenti modalità: la modalità conscia e quella inconscia.
Cosa differenzia le due modalità? Sostanzialmente una sola cosa. Il pensiero conscio viene formulato con la volontà cosciente della persona. Ella sa che lo sta pensando e sa esattamente cosa sta pensando.
Il pensiero inconscio o subconscio è invece “pensato” senza che esista una precisa e cosciente volontà a farlo, ma è pensato ad un livello inferiore, dove l’attivazione dei pensieri è, in una misura più o meno considerevole, effettuata automaticamente.
Questo non significa che certi pensieri sono consci od inconsci, nel senso che può avvenire che pensieri dapprima consci diventino successivamente inconsci e viceversa, pensieri inconsci divengano consci.
Ora, in buona sostanza, possiamo dire che tutti i problemi vengano dai pensieri subconsci ed inconsci. Questo non significa che non si possano avere pensieri “consci” sbagliati, certo che sì, ma quando un pensiero è conscio, è completamente sotto il controllo della volontà e può essere facilmente avviato, cambiato, e soprattutto, fermato.
Quello che invece è molto più difficile fare é fermare e cambiare i pensieri subconsci, perché i meccanismi che li avviano, sono pressoché completamente sconosciuti.
Tutta la psicologia di fatto, cerca di portare a livello di conscio i pensieri subconsci, per permettere alla persona di riconoscerli, modificarli, cancellarli e quindi cambiare il proprio sentire e modo di vivere
C’è però un nesso strettissimo tra pensieri consci e subconsci. Gli uni attivano gli altri in un continuo interscambio. Se ad esempio riceviamo un torto, ci arrabbieremo per il torto subito. A livello conscio avremo un pensiero che dirà più o meno: quello ha fatto così e così e questo non è giusto e non lo accetto. Questo fa nascere una rabbia o un risentimento che sentiamo come emozione. Ma questa rabbia e/o risentimento non è lo stesso “pensiero” che ha innescato la rabbia, ma il suo “motore” alimentante. Ognuno ha il suo “motore” della rabbia, filtrato dall’educazione, dalla cautela, dal rispetto per il prossimo, ecc... a seconda di questi filtri l’emozione inerente al fatto accaduto verrà argomentate in modo diverso. Detto per inciso tale modalità di gestione delle emozioni è poco efficace per la risoluzione di stati d’animo negativi, proprio perché eccessivamente filtrata e repressa rispetto al “motore” originale.
Il punto è che esistono due livelli del funzionamento della mente e i veri responsabili dei comportamenti incontrollati sono proprio quelli subconsci.
Il movimento di questi pensieri è vorticoso ed inesplorato…..si susseguono senza interruzione, “attivati “ in continuazione da ciò che accade “fuori”, e ci fanno fare tutte quelle cose che non riusciamo ad eliminare o a mettere sotto il nostro controllo.
Riuscire a mettere sotto controllo e soprattutto portare allo scoperto, alla visione della coscienza, questi movimenti della mente subconscia, giungere ad avere una padronanza sui propri flussi mentali mi è progressivamente diventato sempre più chiaro, era l’obiettivo da perseguire.
Scoprii così che in verità abbiamo una serie di cose che ci manovrano in svariati modi, spingendoci a desiderare cose, persone, situazioni e ad avversarne altre, e tutte queste cose ci guidano in modo non molto differente dai fili che animano le marionette. E così molte delle cose che pensavo “mie” perché io le sperimentavo come originanti da me, erano in realtà provenienti da varie fonti, ma non da me scelte, o meglio non scelte coscientemente.
Era così chiaro che la mente…..mente. Ti fa credere tue, cose che non sono tue. Era nato in me il “grande sospetto” e cioè che quello che mi passava per la testa era molto poco attendibile. Era nata in me la dissociazione preventiva.
Un’altra cosa era oramai chiara. Insoddisfazione e soddisfazione erano determinati al 100% dalla mia aprioristica scelta valoriale. Era cioè completamente dipendente da ciò che io decidevo essere “positivo” o “negativo”, “buono“ o “cattivo”, “preferibile” o “non preferibile” e così via. E in effetti se fossi stato capace di cambiare queste classificazioni di valore avrei potuto, a seconda delle scelte fatte, fare della mia vita un paradiso o un inferno, pur restando “fuori” tutto esattamente come prima. E questo mi condusse ad un ulteriore conclusione: la realtà esistenziale, che avevo data per oggettiva, era completamente soggettiva, completamente.
1.7 - la mente impermanente
Nel frattempo avevo studiato un po’ i principi del buddhismo e le cose cominciavano a quadrare: loro dicono che tutta la sofferenza dipende dal desiderio, ed in effetti era quello che anch’io avevo scoperto. Il preferire e l’avversare, il piacere e il dispiacere, il bene e il male, il buono e il cattivo, erano tutti desideri. Desideri di avvicinare quello che consideravo “bene” e desiderio di allontanare quello che consideravo “male”. E a ben vedere, tutto quello che era troppo lontano da raggiungere ma che desideravo, era fonte di sofferenza, e allo stesso modo, tutto ciò che desideravo evitare e che viceversa si avvicinava, era fonte di dolore anch’esso.
Ma, allo stesso modo, era pur vero che tali classificazioni erano non di meno cambiabili! Non era mica obbligatorio continuare a desiderare ed avversare le stesse cose. Ma se questo era vero, era anche vero che di fisso, stabile, sicuro e certo, nella mente non c’era nulla!
Ma se ciò che è oggettivo non lo è. Se ogni concetto è mutevole cosa c’è di stabile? Negli anni ‘70 andavano di moda i blue jeans a zampa d’elefante, capelli lunghi, scarpe a punta tonda e colletti di camicia di stile ottocento. Negli anni ’80 andavano le giacche con le spalline e i capelli cotonati, negli anni ’90 era di nuovo cambiato tutto…e…invariabilmente, tutte queste diverse cose erano considerate belle e desiderabili. Se il nostro concetto di bello non riesce a reggere più di 10 anni, come può essere preso sul serio?
I gusti cambiano e così le inclinazioni degli uomini. Che riguardi l’abbigliamento o l’architettura, i mezzi di trasporto o il modo di fare vacanze; il modo di studiare o i lavori considerati più “in” nulla è stabile. Ma se nulla è stabile, né i gusti, né famiglia, né i matrimoni, né gli affetti, cosa c’è di “vero” nella vita? Di incontrovertibile?
E se tutto dipende, ed è così, dai punti di vista, qual’é la Realtà?
Una cosa è più che certa….che nel campo puramente mentale, quello dei pensieri, stiamo dormendo della grossa, quando riteniamo che quello che pensiamo sia la realtà delle cose.
Le idee, i gusti, gli affetti, i ragionamenti, le priorità cambiano, tutto cambia. Cosa rimane allora del “nostro” mondo? Cosa rimane di costante, stabile, immutabile? Una cosa c’è. E sei tu che osservi tutto ciò. Tu che osservi te stesso che cambi idee, gusti, ragionamenti, vestiti, casa, affetti, posto in cui vivi…..Tu che osservi sei sempre lo stesso…osservi le tue paure e i tuoi atti coraggiosi, le tue scelte e le tue non scelte…. Tu sei quella unità di consapevolezza che può mettersi a distanza dalle cose che ti accadono, come se la cosa non ti riguardasse…..
Quando comprendi che non sei i tuoi pensieri, quando comprendi che ciò che pensi lo puoi cambiare, che ciò che ti condiziona e ti fa fare cose che non ti piacciono, non sei tu ma solo qualcosa che come un virus molesto agisce dentro di te contro la tua volontà….Quando ti rendi conto che la tua mente non sei tu, ma uno strumento a tua disposizione come le tue braccia e le tue gambe, allora scopri che c’è questa cosa, la coscienza, che è sempre lì a farti rendere conto di ciò che succede….E quando questo lo scopri, lo sperimenti, lo individui, hai cominciato il risveglio, hai cominciato il distacco dalla tua mente…l’osservatore si è svegliato e non può più riaddormentarsi, perché sa.
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sabato 9 novembre 2013
LA MENTE BUGIARDA
Quando ero ragazzo, pur essendo di fatto abbastanza brillante, sia in compagnia che a scuola, di norma aperto e socievole, con discreti risultati nello studio e nello sport, avevo un problema di base che mi disturbava molto, e che era per me un peso notevole: ero terribilmente emotivo e mi spaventavo facilmente, troppo facilmente. Il tasso di emotività, soprattutto quando messo al centro di situazioni in cui avevo gli occhi puntati contro, diventava parossistico, bloccante.
Sono sempre stato un tipo indagativo e quindi, come un qualsiasi bambino di tre anni, avevo la domanda incorporata: perché? Perché mi succede? Era vero, succedeva anche a molti altri, ma ad altri ancora non succedeva affatto! Perché questa differenza? Non mi sono mai piaciute le risposte facili che ci si dava e ancora ci si da’: è il suo carattere! Carattere un corno! Anche perché vedevo che in misura differente anche quelli più calmi avevano qualche problemino con l’emotività, ma erano appunto problemini, non come il mio! Questo mi fece capire abbastanza presto che vi era una variabilità reattiva nel comportamento delle persone, anche se di fatto le similitudini erano tante. Sono partito da questo: perché non sono come “loro”?
Era chiaro che c’erano delle differenze soggettive tra le persone che si trasformavano in comportamenti differenti. Cominciai a fare ricerca sui libri e cominciai con Freud e “Introduzione alla psicoanalisi”. Assimilai che le esperienze pregresse erano la causa di queste differenze, ma….a me il problema rimaneva e in effetti non mi era chiaro cosa potesse provocare il cambiamento, visto che anche avendo compreso (mi sembrava) il meccanismo, non mi era cambiato nulla. Era quindi chiaro che ognuno aveva il suo modo di reagire che c’erano delle pulsioni nel subconscio….ma a conti fatti ero ancora lì.
Cosa c’era in me che non andava?
Freud era stato solo il primo, poi cominciai a leggere di tutto, da Fromm a Jung, passando per la Bibbia ( anche lì sì parla ed a lungo di felicità ed infelicità per cui qualche attinenza ci doveva essere), il training autogeno, la dinamica mentale etc., ed infine approdai alla filosofia buddista.
Fu una rivelazione.
Ero oramai uno studente universitario e la mente aveva imparato ad essere più flessibile e speculativa. Capii che sotto certi comportamenti c’erano indubbiamente dei movimenti subconsci compulsivi/obbligatori, che mi obbligavano a comportarmi in modo che odiavo…ma fino ad allora non avevo “capito” davvero. Ma un giorno accadde qualcosa che mi portò a “vedere”. Giunse il momento della vera “comprensione”, che mai avevo fino ad allora avuto.
Scoprii la “natura” del pensiero.
Come avvenne?
A me successe che stavo ragionando intorno ad un concetto inerente non ricordo quale questione e, comunque pensassi, non trovavo la soluzione ed avvertivo tutta la tensione nel cercarla, poi di colpo, il distacco dalla questione….cioè io cercavo la soluzione all’interno delle opzioni che la mente mi stava dando, ma nessuna di queste era in grado di portarmi alla soluzione…poi, per un microsecondo, osservai la mia mente che si arrovellava nella ricerca della soluzione…….e sentii il sollievo, immediato…vidi così, di striscio, quasi come un’ombra di pensiero, che il problema non era all’interno di quello che stavo pensando e dove teoricamente dovevo cercare la soluzione, ma era proprio quel “cercare la soluzione” la causa del problema! Capii cioè una cosa davvero fondamentale e non solo per me ma per tutti: il problema, i problemi, i conflitti, il dolore e tutte queste cose, non sono “oggettivi”, non esistono nella realtà, ma esistono solo nella mente!
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venerdì 8 novembre 2013
IL DOLORE PUO' ANCHE ANNIENTARE
Il dolore può anche annientare...ci sono cose nella vita che possono essere davvero insopportabili...lunghe malattie invalidanti, incidenti che ti portano via la gioventù e la voglia di vivere...figli perduti...drammi che la maggior parte di noi non ha avuto la sfortuna di incontrare..... e io, personalmente, non mi sento certo di criticare chi si arrende. Ma il punto di fondo, vero, ineludibile, incontestabile, è che il dolore è una nostra reazione a ciò che avviene...e qualsiasi sia la cosa che è avvenuta (o non avvenuta). Rimanere indefinitivamente nel dolore è alla fine una decisione nostra, seppure spesso non voluta coscientemente, ma è una nostra scelta. Alla base c'è sempre un concetto di impossibilità. "Non posso essere felice se...." "non posso essere felice se non......" "questa è troppo grossa"...e questa è ovviamente una CMS....Diffidiamo sempre delle cose e dei pensieri di ineluttabilità...sono diaboliche trappole della mente...Sfruttate la forza della DSE per deprogrammare questi pensieri, siate furbi....nessuno finora vi aveva spiegato che i pensieri hanno un loro comportamento, una loro energia e grazie a Dio, un loro punto debole.... Quindi anche le più radicali "botte" della vita, alla fine si riassumono in un pensiero doloroso, una CMS. Aggrediamola. Permanere nel dolore, contrariamente a quanto qualche sciagurata interpretazione religiosa a sfondo masochistico tende a far credere, non è di alcuna utilità nel processo di liberazione.
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giovedì 7 novembre 2013
PERCHE’ E’ NATA LA DSE
Molto presto nella mia vita (ero ancora un ragazzo al liceo) ho capito che il cambiamento del mondo, parte dal cambiamento del singolo. Capii ben presto che le cose sbagliate che le persone facevano, avrei potuto farle anch'io e senza troppa fatica anche.
Allo stesso tempo cresceva la consapevolezza che le persone sposano le idee che più assomigliano al loro essere interiore, alle loro pulsioni, alle loro virtù, ai loro difetti.
Ho cominciato così il viaggio interiore, introspettivo, doloroso, consapevolizzante.
Nel viaggio mi hanno fatto compagnia le grandi speculazioni buddiste e cristiane, filosofiche e psicologiche/psicoanalitiche.
Credo di poter dire con certezza che queste contemporanee contaminazioni e commistioni siano l'esatta cifra di quello che sono diventato.
Oggi penso che grosse fette di verità siano presenti in ogni sistema di pensiero e in ogni religione, rivelata o meno che sia; e al contempo convivono con queste verità enormi menzogne che ci portano furbescamente e sottilmente fuori strada, a causa di un solo grande colpevole: la nostra mente. Essa è il vero demonio, il vero satana che pretende di presentarsi a noi come l'unico mezzo di conoscenza. La mente che tutto comprende, tutto cataloga, tutto padroneggia tranne che una sola cosa: se stessa.
La mia vera passione, prima ancora della filosofia e della religione, è sempre stata la psicologia. Ho maturato la convinzione che psicologia, filosofia e religione sono facce diverse della stessa medaglia: l’uomo.
E’ stato chiaro abbastanza presto che i problemi sono originati tutti nella testa delle persone….bene e male, felicità ed infelicità, allegria e tristezza, pace ed ansia…tutto parte da noi…e del resto perfino Gesù diceva: è dal cuore dell’uomo che vengono gli abomini….
E quindi era questo il punto che andava affrontato, analizzato, sviscerato e risolto: la mente.
Ho quindi cercato qualcosa che mi aiutasse a migliorare me stesso….che potesse soprattutto essere uno strumento, un metodo, che potesse essere gestito in autonomia senza doversi affidare a psicoterapeuti e guru che costassero fortune e dai risultati più che dubbi.
Dalla mia ricerca, fatta sulla mia pelle, sulle mie sofferenze, è nata una tecnica, un metodo che strada facendo ha dimostrato di essere valido, efficace, di dare davvero risultati.
E da questo percorso negli anni ho codificato delle regole di funzionamento che ora metto a disposizione di chi vorrà provare ad applicarlo.
(Elitheo Carrani)
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lunedì 4 novembre 2013
SEI PADRONE DEI TUOI PENSIERI?
Vi sono due cose di fondo sul funzionamento della mente.
La prima è che la mente a volte non aiuta a risolvere i problemi, ma viceversa li crea. E non è una scoperta da poco. Il capire che il problema non è “fuori” e che la nostra mente è in grado di affrontarlo e risolverlo è una cosa, ma scoprire che é quella stessa mente, quella su cui abbiamo fondato tutta la nostra conoscenza del mondo, lo strumento che usiamo per fare e pensare ogni cosa, che ci inganna sulla natura delle cose e dei problemi, è un bel passo in avanti, ve l’assicuro.
La seconda è che c’è tutta una parte di noi che non conosciamo minimamente e su cui non abbiamo alcun controllo: il nostro subconscio.
Il prendere coscienza di questo può disorientare non poco e farci credere di essere in una situazione peggiore di prima.
Il non essere più sicuri della propria mente, di quello che pensiamo, e non essere nemmeno in grado di conoscere cosa pensiamo veramente sotto il velo della coscienza può turbarci notevolmente.
Come si può essere non più sicuri della propria mente?
Siamo sempre stati educati a pensare che la nostra capacità di ragionare sia una bussola per la vita, no?
Ed invece non è così. Dove sta il problema? Il problema sta nel fatto che come la maggior parte delle persone, pensiamo che se una cosa o una situazione ci piace, dobbiamo cercare di averla per essere felici, o almeno contenti. E se una cosa o una situazione non ci piace, dobbiamo cambiarla.
Proviamo a porci la domanda: “ma perché una cosa mi piace o non mi piace?” “Perché devo esser condizionato da tutte queste cose che mi attraggono o che rifiuto?”
Se fossimo in grado di rispondere con sincerità e di analizzare profondamente la nostra mente e soprattutto il nostro subconscio, scopriremmo che in verità vi sono una serie di cose che ci manovrano in svariati modi, spingendoci a desiderare cose, persone, situazioni e ad avversarne altre, e tutte queste cose ci guidano in modo non molto differente dai fili che animano le marionette. E così molte delle cose che pensavamo “nostre” perché da noi sperimentate come originanti da noi, sono in realtà provenienti da varie fonti, ma non da nostre scelte, o meglio non da nostre scelte consapevoli.
La mente…..mente. Ci fa credere nostre cose che nostre non sono.
venerdì 1 novembre 2013
LA CAUSA DEL DOLORE
[...] Abbiamo affermato come sia le esperienze di dolore fisico che le esperienze di dolore mentale, siano entrambe responsabili dell’insorgenza dei disturbi mentali; ciò che però è sembrato mancare è la radice comune, la genesi per così dire, che possa spiegare la causa di fondo. Cosa c’è di comune ?
Per quanto riguarda i gravi disturbi causati dagli shocks fisici violenti, essi hanno in sé un contenuto chiaro ed univoco: rappresentano un punto di alto rischio per la sopravvivenza dell’organismo della persona;
Un'ipotesi che ci ha guidato è stata la seguente: se nei casi più evidenti grande importanza è da attribuire all’alto rischio di sopravvivenza, non può darsi che lo stesso fattore sia presente anche nella sofferenza mentale per così dire “normale”?
In realtà esiste una causa comune nella genesi della sofferenza mentale.
IL LIVELLO DELLE ASPETTATIVE E LA SOFFERENZA MENTALE
Un esempio che ci può aiutare nel mettere a fuoco il problema è dato dalle depressioni psichiche. In questi stati psichici ci si ritrova sempre con una diminuita voglia di vivere: la vita non ha più senso, è considerata orribile, non degna di essere vissuta; spesso è alle porte anche un desiderio di suicidio, visto dal depresso come unica via di uscita dal suo stato di sofferenza.
In realtà gli elementi che indicano un collegamento con il concetto di sopravvivenza sono abbastanza evidenti: la sofferenza mentale, così come evidentemente quella fisica, hanno in sé connaturato l’impoverimento della qualità della vita che il sofferente sta sperimentando; ciò in concreto significa abbassamento del tono di vita in generale e quindi avvicinamento alla condizione di non sopravvivenza; tale condizione per giunta si autoalimenta a livello mentale, spingendo così la persona verso una situazione sempre peggiore.
Nella depressione ad esempio abbiamo, dapprima un evento che la persona vive come preclusivo delle sue personali aspettative sulla vita, poi abbiamo il radicamento nella mente della convinzione che le precedenti aspettative non possano essere ripristinate, quindi l’affioramento della depressione come inaccettabilità della nuova situazione esistenziale; a questo punto entra in azione la spirale discendente alimentata dalla consapevolezza della persona del suo stato di sofferenza da cui non riesce ad uscire, portando quindi il soggetto ad essere depresso per essere depresso e ad essere depresso per i disturbi fisici e mentali che questo stato emotivo comporta.
Alla base di questo ciclo della sofferenza vi è in realtà un’aspettativa di vita che viene percepita dal sofferente come non più realizzabile; tale presa di coscienza determina un’idea di rischio di non sopravvivenza. In termini schematici abbiamo un percorso di questo tipo:
- evento "negativo"
- caduta delle aspettative previste di vita
- convinzione della impossibilità di mantenere il precedente livello di aspettativa
- non accettazione della nuova situazione
- depressione
- depressione per lo stato depressivo e per l’incapacità di uscirne
- spirale discendente e cronicizzazione dello stato
La maggior parte di noi affronta la vita con determinate aspettative, o se le crea strada facendo. Ci aspettiamo prima di tutto la salute, poi riteniamo perfettamente normale aspettarci di essere amati dalle persone che amiamo, ci aspettiamo poi di incontrare l’amore con la A maiuscola, inoltre noi stessi desideriamo essere eccezionali, unici, intelligentissimi, originali, ricchi, colti, eccetera.
Forse stiamo un poco esagerando è vero, ma siamo sinceri, non siamo poi così lontani dalla verità sulle nostre elevatissime aspettative sulla vita.
Questi (od altri) livelli di aspettative vengono però il più delle volte pesantemente disattesi; a volte possiamo serenamente accettarlo nel nostro intimo, e allora i danni sono minimi, ma altre volte non ce la facciamo, si rompe qualcosa al nostro interno e diciamo ”no, questo no”. Possono essere cose gravissime come la scomparsa di persone vicine, la morte di un figlio, gravi infermità, cose cioè che non rientrano in quanto noi siamo normalmente disposti ad accettare nel nostro inconscio. Oppure possono essere situazioni apparentemente più leggere, come una delusione amorosa, un tradimento di un amico, qualcosa che però alla persona che lo subisce appare insopportabile.
Questo è un aspetto interessante, da tenere ben presente: situazioni diverse, eventi di gravità molto diversi, possono produrre gli stessi effetti mentali, mentre eventi simili non sempre causano uguali reazioni e danni.
Ciò è dovuto al differente livello di aspettative che le persone hanno nei confronti della vita.
...Un aspetto interessante, da tenere ben presente è che situazioni diverse, eventi di gravità molto diversi, possono produrre gli stessi effetti mentali, mentre eventi simili non sempre causano uguali reazioni e danni.
Ciò è dovuto al differente livello di aspettative che le persone hanno nei confronti della vita.
La caduta delle aspettative che, consciamente o inconsciamente, abbiamo circa la nostra vita, ha a che fare con il nostro concetto di sopravvivenza. Nel caso in cui l’evento sia fisicamente perturbativo, tutte le menti, tendenzialmente reagiscono in modo simile: è oggettivamente il rischio di sopravvivenza fisica che è in gioco. Quando invece l’evento è completamente nella sfera mentale, è soggettivamente coinvolta l’idea della qualità della sopravvivenza. Questa soggettività investe l’idea stessa di come deve esser la vita della persona.
CIÒ CHE CI ASPETTIAMO DI REALIZZARE È IN REALTÀ CIÒ CHE HA POTERE SU DI NOI.
tratto da "LA PSICOANALISI DEL BUDDHA E IL PECCATO ORIGINALE"
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giovedì 17 ottobre 2013
MANIPOLARE E FARSI MANIPOLARE
Questo è argomento piuttosto delicato. Perché nessuno vuole esser manipolato,no? Nessuno vuole essere condizionato da comportamenti altrui e meno che meno raggirato. Non solo perché spesso chi riesce a manipolarci può farci danno, ma, diciamolo, perché scoprire di essere manipolati ci da’ la precisa sensazione di essere poco svegli. Insomma un po’ stupidi, no? Però, però, quando invece siamo noi che “manipoliamo” allora le valutazioni cambiano….Prima di tutto, noi quando manipoliamo lo facciamo a fin di bene, no? Siamo sempre puri…se facciamo credere qualcosa a qualcuno è perché vogliamo che quella persona faccia ciò che vogliamo, perché noi sappiamo cosa è meglio, vero? Eh, sì..un po’ due pesi e due misure…come sempre…anche se non vogliamo ammetterlo. Vi do’ una notizia. Non è possibile NON manipolare. Sì proprio così. Questo avviene perché ogni forma di comunicazione OGNI forma, dalla parola scritta alle immagini, ai video, ai suoni, alla musica, sono strumenti di manipolazione. Quando comunichiamo, lo facciamo per “dire” qualcosa. E se vogliamo dire qualcosa, lo diciamo in modo che sia convincente, credibile. Se voglio convincere qualcuno a bere una bibita, non dirò “ ho una bibita svampita e che non sa di niente in frigo. Ne vuoi un po’? Se voglio dire che la primavera è bella, non dirò “ah, che noia la primavera con tutti quegli insetti, i pollini, le allergie e poi non sai mai cosa metterti perché il tempo cambia continuamente ecc ecc. No? Ancora maggiormente lo si fa con l’uso delle immagini, dei video e massimamente con la musica che è strumento di manipolazione eccelso e potente. Ogni processo comunicativo è quindi manipolatorio perché mira a produrre degli effetti in chi riceve la comunicazione. La comunicazione usa i nostri sensi per accedere alla nostra esperienza sensoriale. Il suono usa l’udito, le immagini la vista e il linguaggio usa…..la mente. Ma cosa è il linguaggio? Il linguaggio è una convenzione. Noi acquisiamo con gli anni il “sema” delle parole, il loro significato, e lo associamo a certe emozioni, che dipendono moltissimo dalla nostra specifica esperienza. Mentre la semantica, il significato delle parole, ha leggi abbastanza condivise, in quanto il significato letterale di un parola è generalmente condiviso, e questo permette al linguaggio di essere un metodo di comunicazione, l’emozione che le singole persone associano alle parole sono invece assolutamente non prevedibili e danno al linguaggio un’indeterminatezza ed imprecisione notevole nella comunicazione. Questo fa si che il linguaggio possa essere molto equivoco se usato da uno a molti, come ad esempio nel caso della televisione. Se ad esempio, come dice una famosa pubblicità della pasta, dove c’è “lei” c’è casa, l’obiettivo di chi comunica è quello di suggerire una situazione calda, accogliente, familiare, amorevole e farla associare al cibo prodotto da quella azienda. Ma l’esperienza di “casa” non è affatto universalmente positiva…Ci sono persone che considerano, percepiscono “casa” un coacervo di conflitti, restrizioni, schiavitù, a seconda della loro specifica esperienza di “famiglia”. La medesima cosa può accadere per migliaia di concetti, come “lavoro“ “rapporto” “relazione” “viaggio” e così via….. Quando invece il rapporto è da uno a uno, la possibilità di comunicare non solo il “significato” delle parole ma anche la congrua emozione diventa molto più forte. Quanto più due persone si conoscono, quanto più sanno cosa produce il loro parlare, perfino il loro tacere. Ed è qui che la possibilità di manipolare diventa massima. Negli ambienti di lavoro, in famiglia, nelle amicizie, si conoscono le modalità di comportamento e la reattività delle persone che ci circondano. Per una persona sufficientemente sveglia, la possibilità di manipolare le persone che conosce bene è alta, molto. Ma se siamo persone che hanno rispetto per il loro prossimo, per i loro amici, colleghi, familiari, cercheremo sempre di usare la nostra conoscenza della comunicazione per fare crescere nelle persone intorno a noi la capacità di queste di essere in pace con se stesse, di renderle autonome, libere, libere anche dalla nostra influenza. Questo è il rispetto per il prossimo, questo in definitiva è anche l’amore per il prossimo. Ma cosa accade se siamo vittime potenziali od effettive di manipolazione? La manipolazione “interessata” avrà più chance se noi saremo condizionabili attraverso determinati meccanismi che non siamo nemmeno in grado di riconoscere. Esistono due grande categorie che servono per manipolare il prossimo e sono: il senso di colpa e lo stimolo dell’orgoglio e dell’ego. Il primo mira a creare una tensione interiore tra ciò che siete e ciò che dovreste essere, secondo chi vi sta “manipolando”,….e questa tensione se risolta, produce un comportamento che va a vantaggio di chi vuol farvi sentire “fuori posto”. Questa manipolazione vi suggerisce che voi sareste migliori se…….faceste quello che chi ci fa sentire così, desidera facciate. La seconda invece opera sull’ego per farvi fare ciò che chi manipola, vuole. E’ il mezzo più usato dalla comunicazione dei politici…..E’ quello che si chiama “lisciare il pelo”. Questo mezzo è molto subdolo perché non si avverte una distonia come con il complesso di colpa, ma al contrario chi vi sta manipolando vi dice che siete bravi, che avete ragione, che siete perfetti e che dovete fare quella cosa, perché voi siete i migliori ecc ecc. Ovviamente si può dare anche il caso che il senso di colpa venga instillato in buona fede e che chi ve lo sta instillando non abbia alcun vantaggio dal procuravelo, come anche può accadere che chi vi stia adulando non abbia altro fine che farvi dei complimenti perché sinceri. Senso di colpa e senso di “essere nel giusto, sentirsi ok” sono entrambe stati d’essere da cui stare in guardia, sono le due facce dello stesso dualismo Bene-Male. Diventare impermeabili a sensi di colpa e al senso di grandezza di sé è un grande passo verso la libertà spirituale. Significa non far dipendere il proprio stare bene da un aver fatto la cosa “giusta” o dal sentirsi “giusti”. E più il nostro stare bene non è condizionato, più è forte.
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sabato 12 ottobre 2013
PERCHE' UN E-BOOK DELLA DSE?
Questo e-book è nato per fare conoscere la tecnica DSE Deprogrammazione Semantico Energetica e per dare le informazioni necessarie per poterla applicare anche da soli.
Ci sono state persone che hanno acquisito competenza e capacità nella sua applicazione senza passare attraverso il mio supporto di coaching.
La DSE è uno strumento molto, molto potente e vi garantisco che solo chi lo ha davvero applicato anche solo una volta correttamente, ne sperimenta sulla sua pelle la forza. Fino a quando se ne legge e discute ma non si applica, non si può capire quanto può fare e risolvere.
La DSE è non solo in grado di portare fuori dal panico e di ridurre l’ansia ad un livello minimo e con una velocità impensabile con altri approcci, ma è in grado di far cambiare proprio carattere nel senso voluto, nel senso che si è sempre sognato…
Cio nondimeno, per ottenere risultati occorre conoscere come si approcciano e ricercano correttamente le CMS Cariche Mentali Subconscie. E qui c’è la difficoltà. Tutta la destrezza e l’abilità che fa la differenza è nel maturare la sensibilità nella ricerca delle CMS e quindi nella capacità di autoascolto.
Questo aspetto richiede una certa destrezza e sensibilità, l’imparare a “sentire” i pensieri che girano nel subconscio quando sembrerebbe che non si stia pensando nulla.
Una cosa è certa. Se si avverte ansia, insoddisfazione, angoscia, rabbia, panico, tristezza, stanchezza immotivata, contrazioni muscolari involontarie, dolori senza ragione concreta, allora ci sono pensieri che stanno lavorando sotto la coscienza…Non vi sono contrazioni muscolari se non attivate da un sistema nervoso in allarme e se c’è un sistema nervoso allarmato significa che c’è un pensiero che lo allarma….Se si è tristi è perché c’è un pensiero sottostante…e così via.
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venerdì 4 ottobre 2013
RAPPORTI VAMPIRIZZANTI E DSE
“Le persone che giudicano continuamente i nostri comportamenti, che ci correggono, che ci danno consigli, che ci fanno vedere i pericoli delle nuove iniziative che stiamo intraprendendo finiscono per indebolirci, per toglierci entusiasmo, per renderci insicuri. Questi sono i vampiri che ci trasferiscono le loro paure e le loro insicurezza sottraendoci energia vitale.” ( R.Morelli)Questa dichiarazione del famoso psichiatra Morelli, ha in sé una serie di presupposti che mi sento di contestare. Prima di tutto, tutti noi giudichiamo ciò che fanno gli altri. Lo facciamo continuamente. Quando guardiamo la TV, quando parliamo di altri e delle scelte che fanno, quando i nostri amici o familiari fanno o dicono cose che non condividiamo… Per quanto questo sia vero non ci siamo mai posti o raramente lo facciamo, se il nostro esprimere giudizi sulle scelte e comportamenti altrui sia portatore di danni alle persone che andiamo a consigliare e a tentare di influenzare. Anzi, siamo d’accordo che quello che andiamo a dire e consigliare o criticare sia consigliato, criticato per il “bene” della persona che riceve i nostri messaggi. Ma questo è tutt’altro che certo. Non sappiamo DAVVERO se ciò che andiamo a dire sarà veramente utile alla persona. E’ solo il nostro punto di vista che vediamo, non quello dell’altro! Affermare questo non significa che non si debbano più dare consigli o fare critiche, sto solo sostenendo che non possiamo esser sicuri della bontà di ciò che facciamo. Nell’ottica dell’affermazione di Morelli invece chiunque cerchi di correggere o consigliare è un vampiro energetico che “sottrae” energia vitale. Non si capisce che idea di rapporto interpersonale possa esserci dietro questa impostazione. Ogni comunicazione ha lo scopo di influenzare l’altro o gli altri. Se io dico anche solo ad un altro “ che splendida giornata”, creerò un effetto in lui. Potrà convenire con me oppure non convenire, o anche esserne molto infastidito se ad esempio in quella giornata è successa o sta per succedere una cosa a lui sgradita. Magari potrò, senza volerlo, innescare una crisi in lui perché magari lui si sentirà molto giù e la mia frase gli farà constatare che in effetti la giornata è bella ma lui la vede bruttissima…. Allo stesso modo io posso dire ad una persona che sta sbagliando tutto e la persona che riceve il messaggio esserne molto contenta perché sperimenterà di non avere alcun fastidio dalla mia osservazione perché è straconvinto delle sue scelte. In sostanza invece la frase di Morelli accredita un’idea profondamente sbagliata dei rapporti interpersonali. Il primo errore è nell’idea che gli altri possano condizionare la nostra vita con il solo esprimere consigli e critiche. Se accreditiamo l’idea che qualcuno diventi un vampiro energetico solo perché ci critica, allora abbiamo una personalità molto debole e non crediamo in noi stessi e nelle nostre idee. Il secondo errore ancora più grave è che si accredita l’idea che gli altri siano “il nemico” pronto a farci del male. In verità ciò che ci vampirizza di energia non è quello che gli altri ci dicono, ma il CREDITO che noi diamo a ciò che gli altri dicono. Il problema è tutto nostro, solo nostro. La vampirizzazione avviene perché chi da' i consigli e semina dubbi (che a seconda delle circostanze potrebbero essere anche perfettamente ragionevoli), viene considerato da noi più autorevole di noi stessi. Deleghiamo ad altri la valutazione delle nostre scelte perchè siamo insicuri e titubanti....ed anche un po' vigliacchi nel prenderci le nostre responsabilità. Ci facciamo vampirizzare perchè non siamo centrati su noi stessi...la colpa non è dell'altro” Fateci caso, se un parere viene da una persona di cui non abbiamo stima, ciò che ci dice conta poco, se invece il messaggio arriva da qualcuno a cui diamo credito, allora sì che la cosa ci tocca. E perché ciò avviene? Per la semplicissima ragione che riteniamo CREDIBILE ciò che ci ha detto la persona che stimiamo e quindi la nostra vulnerabilità dipende da noi. E’ su questo che dobbiamo lavorare: sulla capacità di valutare correttamente ciò che ci viene detto e sulla capacità di decidere e vivere in base alle NOSTRE scelte. Credere che “fuori” ci siano i cattivi che ci succhiano l’energia è al contempo sbagliato ed infantile. Ma sotto il profilo della DSE, come vengono visti i rapporti vampirizzanti? Quando siamo in relazione dialettica con un altra persona, noi siamo costantemente in movimento mentale su almeno DUE piani. Il piano della coscienza, della consapevolezza, e quello dell’inconscio. Così accade che se si sta ad esempio raccontando i propri guai, la persona che ci ascolta si trova di fronte a noi ed assumerà dei comportamenti…annuirà, diniegherà, girerà negli occhi, o guarderà da un’altra parte…cercherà talvolta di intervenire…e così via. Mentre noi parliamo del nostro grande problema, abbiamo nel subconscio un altro grande sommovimento di desideri, aspettative, paure etc. Infatti mentre ad esempio raccontiamo la nostra rottura sentimentale e spieghiamo che la colpa è tutta dell’altro, siamo lì a chiederci: mi crederà? Mi darà ragione? Lo sto annoiando? Devo spiegargli bene tutto se no non capisce e mi da’ torto! Oddio adesso guarda dall’altra parte…questa cosa non la condivide…ah, adesso ha annuito, sembra capisca… Tutto questo lavorìo mentale, mentre con la coscienza stiamo spiegando i “fatti” della nostra disavventura, opera a livello sub-cosciente e siamo molto poco consapevoli di tutte queste energie (CMS in realtà) che operano… Mentre andiamo avanti, e possiamo farlo per parecchio tempo, anche un’ora o più, la nostra energia si va affievolendo, perché grandi quantità di energia contenuta nelle CMS continua a girare e, notatelo, a livello mentale stanno consumando zuccheri e proteine e carboidrati ad un bel ritmo… Ma la stessa cosa può succedere ( e vi garantisco che è così, l’ho sperimentato sulla mia pelle innumerevoli volte) a parti invertite, quando siamo noi che dobbiamo ascoltare l’altro. E poco importa se siamo ben disposti o mal disposti verso l’altro perché quello che consuma energia è la nostra frustrazione nel rapporto. Se ad esempio abbiamo che fare con una persona che non ci piace, allora la frustrazione sarà data dall’obbligo di ascoltare controvoglia…e questo si manifesterà con la tentazione della mente di “partire per la tangente” e pensare ai fatti propri, ma se non si può, perché la persona sta controllando la nostra attenzione, questo attiverà CMS contrapposte che diranno ad esempio “basta non ne posso più” ad altre che diranno “ non ti distrarre” “stai attento” e queste forme-pensiero, continueranno per tutto il tempo ad agire una contro l’altra…e questo……scarica, eccome! Ma anche nell’ipostesi che la persona sia gradevole, amica, oppure un familiare, può accadere che le lamentele, il dolore della persona amica non sia (o non si sia in grado di ) rimediabile, alleviabile…e questo può attivare altre CMS che dicono “ non posso aiutarlo” “ non so che dirgli” “non posso dirgli quello che penso, starebbe peggio” “ non sono capace di consolare un amico” e così via….Tutto questo lavora sempre nel subconscio, anche perché il conscio è impegnato ad ascoltare “i fatti” raccontati. Tutte queste attività mentali, sono completamente fuori dal nostro controllo in tutta la fase del rapporto, ma nello stesso tempo producono conflitti interiori, consumi di energia, turbamenti ecc.ecc che alla fine portano alla sensazione di sfinimento. Purtroppo però non essendo noi consci di tutto ciò, e dovendo darci una spiegazione del fenomeno, diciamo che “quella persona ci succhia l’energia” che è vero, ma in modo molto differente da come pensiamo. Di fatto è la combinazione che si crea nella relazione a produrre quell’effetto. Si dice che persone che ci affliggono con i loro problemi sono vampiri energetici. Ma se fosse vero che le persone che ci vengono a raccontare pesantemente i loro problemi fossero dei “veri “ vampiri che succhiano energia dal prossimo…perché mai continuerebbero ad avere problemi e a stare male? Non dovrebbero scoppiare di salute e felicità? Cosa succhiano se stanno sempre male? Non facciamo dunque confusione. Se stiamo male vicino o in relazione ad altri è perchè "rispondiamo" alla loro comunicazione nel modo sbagliato, ci facciamo condizionare perchè non siamo abbastanza forti noi.
lunedì 23 settembre 2013
ESSERE VITTIMA DI MOBBING
Quanto è vero che l’inferno in terra ce lo costruiamo da soli noi uomini e donne facendoci dominare da comportamenti dettati unicamente dalle nostre CMS (cariche mentali subconsce).
In questo caso l’inferno terreno è riferito a quell’insieme di atti velatamente violenti che danno il via ad una vera e propria guerra psicologica che tende a minare l’autostima di una persona. Le armi usate sono: l’umiliazione, l’ostracizzazione, l’angheria, la maldicenza, ecc… Il campo di battaglia, di solito, l'ambiente lavorativo che viene trasformato in un ambiente da incubo e i cui effetti si estendono poi anche alla vita familiare, affettiva, sociale.
Vi è una parola che racchiude tutto ciò ed è “mobbing”.
Il mobbing a cui mi riferisco qui è quello che si verifica quando qualcuno, un superiore o un collega, comincia a considerarvi “pericolosi”.
Alla base di tutto vi è la paura. La paura di perdere le proprie sicurezze, il proprio lavoro, il proprio reddito, il proprio potere. E la paura è dovuta alla mancanza di fiducia nei propri mezzi.
Chi ha la responsabilità e quindi il potere, può cominciare a pensare che un’eventuale intraprendenza e capacità da voi dimostrata può mettere in difficoltà il suo status di “capo”. Magari non direttamente, ma anche solo indirettamente......avere un “sottoposto” che dimostra reali capacità, non solo fa pensare che potrebbe prendere il suo posto, cosa che magari in certi contesti non è nemmeno possibile, ma può sicuramente sminuire la sua autorevolezza, il suo prestigio.....e sminuire in definitiva il suo “ego”.
E quando la paura comincia ad impadronirsi dei pensieri, diventa un brutta bestia.
Si comincia allora la guerra, solo perché non si ha sufficiente sicurezza nei propri mezzi, o troppa pigrizia per fare del proprio meglio.
I Romani insegnavano “dividi et impera”. Questo motto è il re della politica, di tutte le politiche.
Mettere in difficoltà un “sottoposto” che non ha i mezzi, il potere, per difendersi all’interno del gruppo, consente di fare “terra bruciata” intorno a questa figura. I colleghi, spesso, sono terrorizzati di apparire anche lontanamente allineati alle posizioni della persona presa di mira, non certo per le idee in sé ma perché è ormai sotto il mirino del potere. Essere amici o d’accordo vuol dire rischiare il posto.
La mafia conosce questo metodo da sempre. Si deve prima isolare un simbolo prima di colpirlo. Poi lo si colpisce.
C’è quindi in questa storia la storia dell’uomo. L’egoismo di chi vuole mantenere il potere, la paura di chi si sente debole e senza protezione, la pigrizia di chi non vuole migliorarsi ma solo sopravvivere.
Sono tutte CMS…paure, avidità (paura aggressiva) sfiducia nelle proprie capacità.
La cosa triste e grave è rappresentata dai danni psichici che tali esperienze fanno alle persone. Avete idee di quante di queste cose succedono ogni minuto? Ed è così che una società cola a picco, si deteriora, perde dignità. Sì perché può esserci una persona straordinaria che riesce ad uscirne, a superare una simile esperienza e parlare di perdono, ma ce ne sono milioni che comprensibilmente ne escono pieni di rabbia ed odio. E l’umanità peggiora.
Dobbiamo concepire nuovi paradigmi di vita sociale, lavorativa e soprattutto, cambiare noi stessi, cambiare il nostro modo di reagire, di vivere e di essere. Ma non è affatto facile, nient’affatto.
Ad esempio: se i colleghi fossero sufficientemente CMS-free, tutto sarebbe diverso, e i sudori freddi e la depressione verrebbero a chi mette in atto il mobbing. Fino a quando i potenti saranno sempre sicuri di cavarsela, gonfi della loro potenza ed intoccabilità, poche cose cambieranno. E meno ancora ne cambieranno fino a quando chi subisce accetterà e condividerà, per paura, i paradigmi e la logica del potere.
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umiliazione
sabato 21 settembre 2013
EGO ED UMILIAZIONE
Quante volte nella nostra vita ci siamo messi a lamentarci del nostro prossimo? Diciamoci la verità: sempre.
Se non è per i nostri genitori e i nostri figli, o i nostri compagni e compagne, è per il vicino che fa troppo rumore o per l’automobilista che non da’ la precedenza…. Per lo stato che ci vessa in ogni modo, per gli amici che non ci sono vicini come vorremmo, per i capi e i colleghi che “non ci capiscono” e si comportano in modo differente da come vorremmo noi.
Molte sono le cose da dire su questi problemi di relazione e di aspettative, ma c’è un sentimento che è particolarmente profondo e che tocca il nostro sentire in modo pesante, ed è quello che chiamiamo umiliazione.
Generalmente parlando l’umiliazione è quel senso di impoverimento di noi stessi che sperimentiamo quando qualcun altro, o noi in prima persona, fa o facciamo considerazioni sulla nostra persona che ci portano a vergognarci o a sentirci “azzerati” nella percezione di noi stessi.
Ci sono molte persone che usano questi espedienti per ottenere vantaggi nel mondo del lavoro, delle relazioni, dei legami affettivi, per ottenere posizioni di dominio sugli altri. Queste persone sanno, sanno molto bene cosa può fare dispiacere o proprio “male” alle altre persone e se ne servono per ferire o per ottenere vantaggi psicologici e materiali.
Sono magari proprio quelle persone poi le ritrovate a lamentarsi degli “altri” che si comportano male che non sono affidabili, che tradiscono la fiducia data…La prima cosa che vorremmo è che queste persone non attuassero questi comportamenti, che si comportassero “bene”, perché queste cose sono “ingiuste”, e c’è del vero in tutto questo.
Ma forse, chi vuole cercare di diventare più forte nella vita, dovrebbe chiedersi se non sarebbe più sensato evitare di farsi umiliare ed evitare di farsi del male.
Ma normalmente quando si pensa al difendersi si pensa a mostrare i muscoli e gli artigli per far sì che chi voglia farci del male con la lingua non abbia il cuore e il coraggio di farlo.
Ecco così che ci si arma in vario modo per evitare che qualcun altro ci umili…..Proteggiamo la nostra posizione sul lavoro, facciamo sapere a chi ci può danneggiare che potremmo fare altrettanto se non di peggio. Nei rapporti familiari siamo pronti a rinfacciare all’altro la prima cosa utile se ci accorgiamo che si sta scivolando verso argomenti che non vogliamo vengano trattati.
Il mondo va avanti così da sempre, guerriglia costante e guerra aperta di parole e di armi per difendere le nostre cose, le nostre idee, e la nostra dignità.
Ma ci abbiamo mai pensato in che consiste un’umiliazione? Cosa è in effetti? E’ una situazione in cui ci troviamo ad essere posti ad un livello che NOI non riteniamo adatto al nostro merito, vero? E questo cosa significa? Significa che abbiamo una certa idea di noi stessi, del nostro valore, con cui ci identifichiamo.
Il dirigente che viene privato delle sue funzioni originarie e “ridimensionato” nelle sue responsabilità, un “amico” che in pubblico ci deride o racconta un fatto che gli abbiamo confidato, una persona a cui teniamo particolarmente che non ci considera, un genitore che ci dice che siamo per lui una delusione…..Un figlio che ci insulta, paragonandoci ad altri genitori “migliori” di noi….
Tutte queste sono umiliazioni.
Ma, come per ogni cosa che riguarda la mente, un’umiliazione è tale solo se noi gli diamo la possibilità di essere tale. Ogni “umiliazione” infatti presuppone un’idea di “trattamento ingiusto” che riteniamo di ricevere. Se infatti ci capita di essere degradati professionalmente, riteniamo ingiusto questo comportamento, perché riteniamo di meritare il ruolo che avevamo precedentemente. Se ci capita di essere umiliati dalla derisione di un amico, riteniamo che questo suo comportamento sia ingiusto perché un amico non si comporta così, e perché soprattutto, se la cosa è vera, ci sentiamo giudicati dagli altri. Se un genitore ci dice cose pesanti, ci sentiamo umiliati perché noi vorremmo che i genitori ci stimassero e riconoscessero il nostro valore.
Ma la verità è che il sentimento dell’umiliazione è dovuto ad una corrispondenza/risonanza che il comportamento altrui ha in noi. Se infatti soffriamo per un declassamento nel lavoro, è perché noi riconosciamo al ruolo ricoperto nella professione una misura del nostro valore. Misuriamo il nostro valore sulla base di uno “status”. Ma le nostre capacità non cambiano in base all’attività che facciamo.
Noi non siamo il nostro ruolo.
Se Einstein si fosse messo per lavoro a pulire i pavimenti, non avrebbe smesso di essere lo scienziato che ha scoperto la legge della relatività. Ed anche se non avesse scoperto la famosa legge, sarebbe rimasto comunque un genio ed un grande scienziato.
Se una persona di cui ci innamoriamo non ci corrisponde ed anzi ci tratta male approfittando del nostro sentimento, non significa che noi siamo differenti da ciò che eravamo prima di innamorarci, il nostro valore non cambia per il comportamento di un altro.
Se un genitore ci critica pesantemente, non significa che siamo incapaci, e nemmeno che il giudizio sia fondato.
E’ la nostra reazione emotiva a questi input esterni che crea il sentimento dell’umiliazione. Se diamo ai comportamenti esterni, di altre persone, la possibilità di turbarci e perturbarci, è perché noi diamo per importante ed attendibile il loro giudizio su di noi.
Ovviamente è in noi stessi che dobbiamo trovare il valore che ci diamo. Se lasciamo che il giudizio altrui ci sconvolga emotivamente, significa che diamo più importanza al giudizio degli altri su di noi di quello che noi diamo a noi stessi. Non ci può essere umiliazione se non siamo noi a reagire in questo senso a ciò che avviene. Ma c’è di più…
Ci possiamo sentire umiliati solo se percepiamo che siamo scesi ad un livello che riteniamo inferiore al nostro. Ma questa è precisamente una nostra rigidità…. Significa che abbiamo in testa una gerarchia delle cose e delle persone….In realtà siamo noi che decidiamo che un abbassamento di funzione lavorativa sia un’umiliazione…. Siamo noi che decidiamo che avere una certa auto ci “accresce” come valore e non averla ci “diminuisce”. Ma potremmo allo stesso modo pensare che avere un’utilitaria sia cosa perfettamente normale e che non indichi affatto il nostro valore, e ritenere che un’auto sia solamente un mezzo di trasporto….
Se un genitore ci disprezza e critica, non è detto che la sua valutazione sia realistica ed accurata, potrebbe anzi essere completamente sbagliata. Ma se noi ci aspettiamo solo riconoscimenti dai genitori, ne soffriremo…e saremo esposti alle umiliazioni che vorranno darci.
Se invece imparassimo a considerarci come persone degne di essere amate, stimate e soprattutto a perdonarci, allora sarà molto difficile umiliarci, perché saremo noi ad essere indenni a tale emozione, e le manovre altrui saranno senza effetti su di noi.
giovedì 19 settembre 2013
LA SENSAZIONE DELLA SOLITUDINE
La solitudine è una cosa che quasi tutti odiano. E' spesso considerata una cosa assolutamente indiscutibile: non si deve rimanere soli e non si deve lasciare nessuno solo.
Di più. Non è possibile esser felici se si è da soli. Cerchiamo costantemente partner, amici, musica, compagnia di animali, social network, televisione etc. Tutto concorre a cercare di attenuare quella sensazione pesante, angosciante, spiazzante ed anche terrorizzante che è la sensazione di solitudine.
Ma cosa rende la solitudine così spaventosa? Così insopportabile?
Molte cose, in verità. Solitudine è prima di tutto la “percezione” di essere soli. Nelle nostre società, caratterizzate da molteplici contatti interpersonali, essere fisicamente soli è quasi impossibile anche volendolo. E’ praticamente impossibile non avere conoscenze e rapporti di differente intensità nel contesto del nostro condominio o del nostro paese di residenza. Di fatto non siamo oggettivamente “soli” tranne qualche sporadico caso.
Quindi essere soli è un “sentirsi” soli, più che esserlo. Ma qui il discorso si fa più soggettivo e quindi opinabile.
Sentirsi soli può voler dire cose diverse. Si può sentirsi soli perché le persone con cui ci relazioniamo non ci fanno sentire “insieme a” loro. Ma anche questo è un argomento scivoloso….Perché non ci sentiamo compresi? Forse perché ciò che noi ci aspettiamo non è ciò che chi abbiamo vicino ci da’? Ma qui si rientra nel caso delle aspettative. Cerchiamo cioè dei rapporti e delle persone che siano in grado di soddisfare le nostre esigenze. Se ad esempio siamo degli appassionati di scacchi e non c’é nessuno intorno che voglia giocare, possiamo sentirci soli. Allo stesso modo se non abbiamo intorno persone che vogliano sentire i nostri guai e le nostre lamentele, potremmo sentirci ancora soli. In questo caso abbiamo una solitudine “percepita” che ha a che fare con una mancanza di comunicazione nel senso desiderato.
C’è poi la solitudine percepita che ha che fare con la sensazione di sicurezza. Per molti solitudine vuol dire mancanza di sicurezza e di protezione. In questo caso la solitudine ha a che fare l’aspetto più infantile del senso di isolamento. Quando si è bambini si “sente” ( a parte i casi meno fortunati) una protezione da parte dei genitori che accudiscono, proteggono, amano, e fanno sentire al sicuro.
Quando per i casi della vita, ci si trova a “sentire” questa mancanza di protezione, di sicurezza, si percepisce la solitudine. La solitudine in questo caso è quindi una percezione di minaccia per la propria sicurezza.
Vi è poi la solitudine affettivo sentimentale, derivante da un rapporto affettivo che si è concluso, che manca o che non è come lo si vorrebbe. In questa categoria vi possono essere tutti i tipi di solitudine visti prima: quella comunicativa, quella della sicurezza e quella affettiva.
La solitudine è quindi la percezione di una mancanza. Una mancanza di qualcosa che sentiamo come necessità. Ma in realtà, la necessità di comunicare è davvero inevitabile? Quante volte il nostro comunicare è davvero della qualità e della quantità che vorremmo? Non è forse vero che attraverso la comunicazione cerchiamo spesso di placare un’ansia interiore di sentirci soli?
In realtà è vero, e possiamo verificarlo, che quando siamo contenti, tranquilli e in pace, la solitudine non la sentiamo ed anche camminare in mezzo ad un parco può farci sentire perfettamente bene, anche se siamo soli. E analogamente se siamo in pace con noi stessi, il “bisogno” di sicurezza ed affettività non è così forte, ma anzi sembra che ogni cosa sia al suo posto, e non occorra aggiungere nulla.
Anche la solitudine o per meglio dire la “sensazione” di solitudine, è una CMS. Idee subconscie come “da solo non ce la faccio” oppure “ non c’è più nessuno con me” o ancora ”ho bisogno di parlare con qualcuno”, etc., sono tutte “carenze” e “bisogni” che riteniamo di dover soddisfare per poter essere felici. Ma come si dice e legge spesso, la vera felicità non è data da ciò che riteniamo ci manchi per essere felici, ma solo dal nostro scegliere di essere felici.
L’idea quindi che la solitudine sia qualcosa di terribile ed inaffrontabile, è appunto solo un’idea. Se poniamo nella casella del “molto male” il concetto di “solitudine” e decidiamo che siamo soli, allora ci poniamo immediatamente nella categoria del “molto male” e ci roviniamo la vita. Allora una buona mossa sarà quella di trattare come CMS tutte le idee negative che abbiamo della solitudine…..e questo ci darà molta, molta capacità di non essere “soli”.
martedì 17 settembre 2013
CAMBIARE CIO' CHE NON CI PIACE
La DSE non è solo uno strumento per gestire situazioni conclatamente negative tipo: paura, rabbia, angoscia, panico… tutte emozioni che nessuno vuole avere e che tutti capiscono esser dannose. Ma è anche un metodo versatile per molte altre cose della mente, paradossalmente più importanti di quelle citate.
Il punto di fondo della DSE è che QUALSIASI concetto radicato può essere ridotto ad impotenza e liberare la persona dal suo effetto, Ad esempio le convinzioni che alimentano la depressione possono essere aggredite e sgretolate così come quelle che alimentano cattive opinioni di sé, oppure la radicata convinzione di non essere capaci di fare cose che ci piacerebbe assai imparare, ecc.
Quello che ancora una volta vi sottolineo con forza, perché SO essere vero, è che la mente PENSA e da’ forza ai suoi pensieri attraverso il credito che ai concetti viene concesso.
In buona sostanza tutto il processo di cambiamento e di liberazione psico-spirituale ha a che fare con una cosa semplice: cambiare le proprie convinzioni. Quando si riesce a fare questo si ottiene il cambiamento.
Attenzione però a quali convinzioni cambiate. Ci sono convinzioni che portano a finire velocemente in un mare di guai, mentre altre vi tirano fuori da essi. Ma di fatto, il gioco è tutto lì: cambiare quello di cui si è convinti.
Come ho scritto fin dalla presentazione del metodo, la DSE non da’ alcuna indicazione di DOVE bisogna andare e a COSA bisogna credere. La DSE fa solo una cosa: scarica l’energia che c’è in un concetto. Poi quale concetto”scaricare” lo scegliete voi.
Ad esempio se qualcuno ha come desiderio quello di diventare molto ricco, potrà usare la DSE per togliersi dalla testa ciò che gli/le impedisce di diventarlo.
Così se si vuole diventare, che ne so, pilota di rally o pittore, la DSE può aiutare a togliere le convinzioni che fanno credere che ciò non sia possibile.
Quello che voglio quindi evidenziarvi è che la DSE è una tecnica, ma come usarla dipende da voi. Quello che vi voglio altresì però ricordare è che fino a quando dei cambiamenti che volete fare ne fate solo speculazione intellettuale, nel senso che capite perfettamente dove vorreste andare e vi convincete che questo sia sufficiente a portarvi là, siete in errore. Siete in errore perché fate i conti senza il subconscio che invece vuole ALTRE cose. E c’è una ragione per questo: il subconscio sta, anche fisicamente, in un altro posto del cervello…e finché lui non sarà d’accordo….non se ne fa niente!
La DSE è un grimaldello per aprire la porta del preconscio e dell’inconscio. Se volete il cambiamento….usatelo. Usatelo contro ciò che vi ostinate a pensare ed invece non vorreste pensare.
lunedì 16 settembre 2013
INTRODUZIONE ALLA DSE
La Deprogrammazione Semantico Energetica (DSE) si basa sull’uso intensivo del linguaggio e della semantica del linguaggio. Partendo dalla constatazione che quasi ogni esperienza umana viene elaborata dal cervello attraverso una semantizzazione linguistica la DSE é una tecnica che porta il praticante a rivivere le singole condizioni/episodi emozionali/concettuali che lo turbano e lo dis-turbano e, attraverso un percorso preciso del ciclo dell’emozione, portano allo scaricamento dell’energia negativa inclusa e al conseguente sollievo.
La mente opera costantemente 24 ore su 24 e il suo flusso di pensieri è costantemente attivo sia nella fase di veglia che nella fase del sonno e la maggior parte di questi processi sono sub-consci o completamente inconsci e solo una piccola parte di questi giungono in vari momenti alla coscienza che, nella quasi totalità dei casi, li considera come suoi, ci si identifica, li condivide e li attua.
Per capire cosa si intende per pensiero/processo subconscio si pensi all’atto di guidare un auto. Nella fase di apprendimento iniziale della tecnica di guida, il principiante deve, in ogni momento, essere cosciente di ciò che sta facendo e quindi “pensa”: “ora premo la frizione, innesto la prima marcia e rilascio lentamente la frizione e contemporaneamente premo lievemente sull’acceleratore ecc.”
Quando l’apprendimento ha fatto presa, tutti questi processi passano al subconscio che li gestisce con grande velocità ed accuratezza.
Per un autista esperto, la manipolazione di marce, frizione, freno, acceleratore, volante, frecce di direzione e visualizzazione e controllo del traffico, sono processi completamente padroneggiati che non richiedono nemmeno pensiero cosciente.
Qualsiasi processo di apprendimento si basa su questa modalità, dall’andare in bicicletta al lavarsi i denti, al battere sulla tastiera del PC, all’uso del linguaggio.
Tantissime altre cose vengono apprese dalla mente attraverso modalità consce per passare poi al subconscio, ma purtroppo, per nostra sfortuna, non tutte sono utili come imparare a guidare una macchina.
Una caratteristica della mente è che quando apprende una cosa come l’andare in bicicletta, non lo dimentica più. Perché? Perché le istruzioni sono depositate nel cervello in una memoria proprio come quella di un hard disk molto capace, pronte per essere riprese al momento del bisogno.
Vi è mai capitato di rivedere a distanza di parecchio tempo un film e di scoprire che non ve lo ricordate? E poi man mano che procedono le scene cominciate a dire…” ma io questo l’ho già visto…ma non mi ricordo…ah, sì adesso succede che…” Questa è la prova che il ricordo del film è immagazzinato nel vostro cervello ma che non riuscite ad accedervi se non in misura frammentaria, ma voi “sapete” che l’avete visto e più lo vedete, più certi particolari tornano alla mente.
Quindi il cervello registra tutto accuratamente, quello che manca talvolta è la capacità di accedere al ricordo.
Allo stesso modo ogni esperienza del vostro passato è registrata da qualche parte e può essere recuperata. Quello che però a noi interessa non è tanto recuperare TUTTO, ma recuperare e togliere di mezzo quelle esperienze che ci fanno stare male.
Ora c’è un'altra caratteristica del ricordo e dell’apprendimento e cioè che insieme al ricordo si registrano automaticamente anche le emozioni e le sensazioni legate a quel ricordo. E purtroppo certe emozioni non sono proprio il massimo. Nel nostro passato ci può essere dolore, rabbia, tristezza, paure di diverso tipo, angosce, timori, vergogne ecc.ecc.
Alla base di ogni esperienza c’è un processo di elaborazione della stessa che ha al suo interno due elementi: una verbalizzazione del pensiero e una correlata emozione.
Poniamo l’ipotesi di un episodio di vergogna, diciamo una brutta figura fatta a scuola tanti anni prima…Immaginiamo che la persona abbia 13 anni e che durante una recita scolastica sia scivolato sulla scena della recita e finito con la faccia in un vaso di scena pieno d’acqua, rovinando la recita e facendo ridere tutti i presenti, compagni e genitori.
Ora questa persona cresciuta, potrebbe tranquillamente sviluppare un sacro terrore per i giudizi altrui, una discreta avversione per l’acqua e una timidezza esorbitante a parlare con le altre persone.
Bene. Anche se durante l’esperienza incriminata nessuno potrebbe aver detto nulla e il malcapitato potrebbe aver solo sentito la sua testa nell’acqua e le risate dal pubblico, ciò non di meno questo avrà causato una verbalizzazione dei suoi processi di pensiero che avrebbero potuto essere del tipo: “ che figura, che figura, sono un cretino, Dio che vergogna, adesso rideranno di me in eterno, voglio scappare via di qui, cosa diranno mamma è papà, non voglio più vedere nessuno ecc. ecc.”.
Passando il tempo e gli anni il ragazzo diventato uomo potrà metabolizzare in modo più o meno felice, quell’esperienza, ma tracce possono rimanere, anche pesanti.
Come si agisce con la DSE? Il contenuto verbale/semantico/linguistico che il ragazzo ha registrato nel suo cervello in quel momento si è inevitabilmente associato allo stato emotivo/energetico che lui aveva in quel momento. Ogni volta che le condizioni della vita lo porteranno ad avvicinarsi a quel tipo di esperienza, vuoi perché c’è qualcuno che lo sta osservando, vuoi perché c’è qualche situazione che lo porta al centro dell’attenzione altrui o anche solo perché lui lo pensi, quel contenuto salirà dall’inconscio e si presenterà alla coscienza come imbarazzo o vergogna o come pensiero auto punitivo (sono un cretino) o come paura che qualcuno rida e così via.
la tecnica della DSE porta il praticante a dissociarsi dall’emozione, cioè: quello che sto sentendo (il disagio, l’imbarazzo, la rabbia verso di sé o verso gli altri ecc) non sono io, ma è qualcosa che agisce contro di me che infatti io non voglio.
Poi, diversamente da quello che tutti tendiamo a fare, cioè reprimere, cancellare, negare e/o cercare di mettere sotto controllo l’emozione negativa, il praticante cercherà attivamente di richiamare l’emozione o il senso di disagio , mettendosi in ascolto di quello che il subconscio sta dicendogli, ed anzi se possibile, aumentando la sensazione fino a renderla più evidente possibile e precisamente rispondente come intensità a ciò che sta provando. E’ prioritario mantenere la dissociazione dall’esperienza in quanto non appartenente alla persona, ma da essa stessa subita.
Una volta portata alla coscienza (agganciata), il praticante potrà entrarvi come un attore che recita una parte e dare ad essa lo sfogo emozionale che sta richiedendo, accompagnando l’emozione con i movimenti, frasi e le sensazioni del corpo (cinestetica) che vengono naturali, qualsiasi essi siano. L’esperienza dovrà essere rivissuta fino alla sua trasformazione e fino al manifestarsi di una correlata sensazione di alleggerimento e rilassamento. A questo punto avremo realizzato uno scaricamento dell’emozione perturbativa (la deprogrammazione è quindi avvenuta) e almeno quella specifica parte rivissuta sarà stata cancellata sulla traccia emozionale.
E’ importante non farsi impressionare dalle reazioni che la mente può porre in atto quando “entra” nell’esperienza. Il praticante potrà rimanere stupito ed anche umiliato, scandalizzato, deluso, perfino sconvolto, dalla reazione che il suo sub-conscio potrà mettere in scena, ma deve sempre tenere primariamente in evidenza che queste energie sono dentro di lui ma NON sono lui. Più energia (non importa se negativa) si manifesterà durante l'applicazione della tecnica e più il processo porterà beneficio.".
sabato 14 settembre 2013
VINCERE LA PAURA DI SBAGLIARE
La paura di sbagliare è una delle cariche mentali negative più dannose che vi siano. E’ capace di ingabbiare tutto quanto, di renderci completamente imbelli e in completa balia degli eventi e delle persone al punto di paralizzarci, di renderci immobili.
Non si possono prendere vere decisioni se si ha paura di sbagliare e purtroppo non si può nemmeno crescere professionalmente e personalmente se permane questo timore.
Ma da cosa è determinata questa paura di sbagliare? Da dove nasce?
Da un punto di vista psico-analitico, intendendo con questo le relazioni di causa-effetto, la paura di sbagliare è paura del giudizio degli altri, paura della critica soprattutto.
Può anche essere determinata dalla paura delle conseguenze dello sbaglio, quando queste possono essere davvero pesanti.
Per esempio fare un grave errore di guida può essere una paura concreta per un autista di autobus, dal quale dipendono decine di vite. Come per un chirurgo cardiovascolare può essere molto concreta la paura di fare un errore e lasciare un morto sul tavolo operatorio.
In questi casi la paura è non del giudizio degli altri ma dovuto alla paura umanissima di fare del male al proprio prossimo.
Ma è molto diverso il caso di chi nutre sotto traccia una costante e fastidiosa, continua sensazione di insicurezza in ogni decisione che prende....un sotterraneo terrore nel prendere decisioni per la semplice......paura di sbagliare.
Le ragioni di questo possono essere le più varie, e dovute a cattive esperienze vissute in passato, per decisioni sbagliate prese, oppure per un’educazione molto rigida in cui i genitori o anche uno solo di essi non abbiano mai dato al loro figlio o figlia la necessaria fiducia nella loro capacità di prendere decisioni e nel fare le cose.
Frasi come “non sei capace di fare niente” oppure “non ne fai mai una giusta”, “ sei stupido”, “non sei portato per fare queste cose” , “lascia perdere non fa per te” “ non toccare niente”, “sei negato”. O ancora “lascia perdere ci pensiamo noi”, “non è roba per te” ed altre ancora, abituano il subconscio a pensare che vi sono molte cose in cui la persona non è portata e ad inibire la sua capacità e voglia di misurarsi con cose nuove e prendere decisioni.
Altra modalità attraverso cui si invalida la capacità di assumere decisioni e fare cose, è quella della paura della critica altrui. Fanno parte di questa famiglia tutte le raccomandazioni a “comportarsi bene” associate non solo al rispetto di cose e persone, ma soprattutto al timore di incorrere nella condanna “sociale”. Tali atteggiamenti si assorbono tipicamente dai genitori attraverso l’introiezione di concetti quali: “ comportati come si deve, non farmi fare brutte figure”, “ non fare niente! Cosa penseranno i vicini?”, “stai zitto/a se non sei interpellato” , “stai fermo e non fare niente. Vuoi farti ridere dietro da tutti?” e così via.
Tutte queste sono frasi ovviamente invalidanti, castranti, bloccanti. E’ ovvio che mano a mano che questi comandi vengono introiettati nel sub-conscio, creano una “struttura” della personalità che tenderà sistematicamente ad evitare situazioni di esposizione, di rischio, di decisione.
Come detto tante volte, nell’uso della DSE, occorre ascoltare il proprio pensiero-paura interiore, che invalida la nostra capacità, possono anche essere multipli ma una volta individuati e sistematicamente attaccati si presenteranno alla coscienza per essere “deprogrammati” e più si procederà nell’attacco sistematico, più l’intera impalcatura invalidante comincerà a barcollare e finirà per crollare, restituendo la capacità di assumere decisioni e di fare cose.
venerdì 13 settembre 2013
LE MECCANICHE DELLA MENTE
Chi è alla ricerca di una crescita spirituale, e da almeno un po’ di tempo sta “ricercando”, con letture, incontri, magari navigando in rete, avrà con ogni probabilità incontrato il concetto del ”vuoto” mentale, come obiettivo da raggiungere per ottenere la pace.
Se ne parla come di un processo di “disidentificazione” dai propri pensieri, come il “fermare” la mente, liberarsi dagli attaccamenti, trovare il proprio centro, ecc.
In questo scritto non si parlerà del vuoto. Ci sono molti e autorevoli autori e frequentatori della rete che hanno da insegnarne.
Si parlerà invece del “pieno” cioè di come la mente normalmente si comporti per impedire al ricercatore di giungere alla pace mentale. In altri termini si parlerà di ciò le persone “normali” hanno come condizione mentale-esistenziale.
La prima cosa da dire, ed è anche abbastanza ovvia a questi livelli di conoscenza, è che i nostri pensieri, sicuramente quelli inconsci, ma anche quelli consci, NON sono da noi padroneggiati come ci sembrerebbe. A questo proposito, per non allungare troppo questo articolo vi invito a leggere la nota “la mente che mente”, che sviluppa l’argomento in modo un po’ più completo.
Ma appurato ciò, quello che potremmo chiederci è cosa sono i pensieri e come funzionano. Bene. Facciamo prima un po’ di anatomia del pensiero. Il pensiero è dato sostanzialmente da due cose.
La prima è il concetto che esso esprime. (ovvio, no?)
La seconda è l’energia che esso contiene (un po’ meno ovvio, ma comprensibile)
Un concetto può essere ad esempio “io sono testardo”. Questo semplice concetto però è composto già da altri tre concetti che sono “io”, “sono” e “testardo”. Lo rivedremo tra un minuto, perché c’è molto da dire, sulla formulazione dei concetti.
L’energia invece è data dalla “carica emozionale/mentale” che il concetto si porta dietro e che da’ il carattere e la forza (o la debolezza) del concetto.
A sua volta la carica emozionale dipende da molti altri fattori e in particolare da quanta energia c’è nel concetto di “io” di “sono” e di “testardo”.
Poniamo che dato per massimo il livello 100, nella frase “io sono testardo” vi sia una quantità di energia media di 80, in cui vi è un livello di 100 nell’io, di 80 nel “sono” e di 60 nel “testardo” la somma divisa per 3 da appunto 80.
In termini più semplici, potremmo dire che il nostro ipotetico amico che dice questa frase è assolutamente certo di esserci (io=100) fortemente di essere esistente (sono=80) e abbastanza convinto di essere testardo (=60).
Ipotizziamo che però il nostro amico voglia liberarsi di quest’idea di essere testardo, perché questa sua convinzione lo porta ad avere comportamenti rigidi ed ostili ai cambiamenti che gli creano problemi con il prossimo.
A questo punto si potrebbe dire: beh, basta che cambi idea e diventi più flessibile. Sembra facile, ma non lo è. In realtà al di sotto della frase analizzata, vi sono altre frasi ed altre cariche emozionali/mentali che alimentano quella superiore. Una di queste può essere che l’idea di essere testardi sia simile a quella di avere “carattere” e siccome c’è la convinzione che avere carattere sia una cosa buona, alla persona riuscirà arduo accettare di essere meno testardo, perché inconsciamente avvertirà di avere “poco” carattere e quindi la sua volontà di liberarsi della testardaggine sarà ridotta da altri processi inconsci.
LA STRUTTURA INTERCONNESSA
In effetti, quello che stiamo cercando di spiegare è che i pensieri sono come il gioco del lego, mattoncini semplici che creano costruzioni più complesse o se preferite sono come atomi, che formano molecole, che creano catene di amminoacidi, che creano strutture, che creano organi, che creano corpi che diventano esseri viventi.
L’energia invece è data da quanto la persona crede e si identifica nel concetto che esprime e la convinzione dell’idea accresce il suo radicamento e la sua “insostituibilità” predisponendo quindi la mente ad irrigidirsi su quell’idea, qualunque essa sia.
Come detto nell’esempio se la parte meno convinta della frase è il concetto di “testardo” quella sarà la parte più facilmente modificabile attraverso un suo “scaricamento” energetico, che quando effettuato correttamente porterà alla superficie ciò che al di sotto lo alimenta.
LA DEPROGRAMMAZIONE SEMANTICO ENERGETICA (DSE)
Come espresso sopra, i concetti, TUTTI i concetti/pensieri in cui crediamo, hanno una certa quantità di energia che li alimentano. Se così non fosse quegli stessi concetti non avrebbero alcuna forza né la capacità di influire e condizionare il comportamento della persona. L’energia sottostante può essere di diversa natura. Può essere euforizzante, terrorizzante, angosciante, divertente, paralizzante, arrogante, ecc. Dipende da quali legami ha con gli ulteriori concetti/pensieri ad esso legati.
La nostra mente è quindi molto, molto, molto complessa, per via delle interconnessioni che a migliaia la percorrono. Sarebbe quindi assai arduo, per non dire sconfortante immaginare di “ripulirla” con pochi colpi di meditazione.
Ci sono però dei punti deboli che ci possono aiutare…..
La stanchezza di fare sempre le stesse cose
Chi di voi non si è mai stancato di fare qualcosa o di pensare qualcosa o di parlare di qualcosa? E’ un’esperienza che tutti abbiamo fatto, no?
Il più delle volte quando ciò avviene rimaniamo in uno stato negativo di insoddisfazione. Non riusciamo più a trovare piacere dal fare quella cosa che normalmente ci piace e allo stesso tempo non vorremmo che accadesse questo. Magari si continua a farla, ma la fatica, la noia diventa sempre più presente e “il senso” che quella cosa aveva, tende ad affievolirsi progressivamente.
Perché ciò avviene?
Perché il ciclo dell’energia ha un suo ritmo , tempo e curva di attaccamento. C’è una prima fase in cui c’è l’entusiasmo e vorremmo occuparci sempre di quella cosa, (è la fase maniacale quando i nostri amici cominciano a prenderci in giro, la compagna o il compagno fa quello sguardo da compatimento-sopportazione) poi c’è la fase di professionalizzazione in cui la ragione si mette al servizio della cosa e cerchiamo di arrivare al massimo risultato nella cosa stessa.
Poi inizia la fase del dovere in cui la cosa ci da’ ancora piacere, ma si avverte anche il sacrificio di dovere/volerla fare, e poi comincia quella sensazione di pesantezza, che diventa noia, fatica e….il piacere comincia a scendere…e poi si arriva all’abbandono.
Il ciclo dell’energia vale anche per i concetti/pensieri (sono sostanzialmente la stessa cosa) e soprattutto, vale anche per i concetti/pensieri che NON volete avere.
Il modo attraverso cui ciò può avvenire è la reiterazione/ri-percorrenza/scaricamento del concetto/emozione da risolvere, che io chiamo deprogrammazione semantico-energetica(DSE).
COME FUNZIONA
Analogamente al caso della cosa che ci piace fare e che a lungo andare può esaurire la sua “carica”, anche le nostre paure, angosce, negatività e aggressività, hanno il loro ciclo dell’energia che può essere riprodotto appositamente, in un ambiente protetto, (sapendo che esse non sono “noi”, ma una parte della nostra mente che NON vogliamo e da cui prendiamo le distanze come da un virus o da un batterio) attraverso la modalità dell’”entrarci dentro” e ripercorrerlo fino a stancarlo e stancarci, per poi continuare ancora fino a che questa stessa stanchezza non scompaia e ci si ritrovi a ripercorrere il…”nulla”.
Cosi facendo la carica energetico/emozionale si andrà a scaricare fino alla sua cancellazione portando a galla ciò che si troverà al di sotto, e così si potrà riprendere anche questo nuovo concetto/energia e trattarlo come sopra.
Presto ci si troverà a scoprire quali sono i “mattoni” fondamentali del pensare che occupano la mente incessantemente, e la coscienza (l’osservatore) diventerà sempre più abile nel dare la caccia ai parassiti, ai demoni, della mente.
Piano piano si scoprirà la natura “impermanente” dei nostri pensieri, la loro origine dal profondo del subconscio e la distanza da essi aumenterà, mentre, continuando ad aggredire i parassiti mentali, si procederà verso una maggior libertà e capacità di azione della coscienza.
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