lunedì 23 settembre 2013

ESSERE VITTIMA DI MOBBING

Quanto è vero che l’inferno in terra ce lo costruiamo da soli noi uomini e donne facendoci dominare da comportamenti dettati unicamente dalle nostre CMS (cariche mentali subconsce). In questo caso l’inferno terreno è riferito a quell’insieme di atti velatamente violenti che danno il via ad una vera e propria guerra psicologica che tende a minare l’autostima di una persona. Le armi usate sono: l’umiliazione, l’ostracizzazione, l’angheria, la maldicenza, ecc… Il campo di battaglia, di solito, l'ambiente lavorativo che viene trasformato in un ambiente da incubo e i cui effetti si estendono poi anche alla vita familiare, affettiva, sociale. Vi è una parola che racchiude tutto ciò ed è “mobbing”. Il mobbing a cui mi riferisco qui è quello che si verifica quando qualcuno, un superiore o un collega, comincia a considerarvi “pericolosi”. Alla base di tutto vi è la paura. La paura di perdere le proprie sicurezze, il proprio lavoro, il proprio reddito, il proprio potere. E la paura è dovuta alla mancanza di fiducia nei propri mezzi. Chi ha la responsabilità e quindi il potere, può cominciare a pensare che un’eventuale intraprendenza e capacità da voi dimostrata può mettere in difficoltà il suo status di “capo”. Magari non direttamente, ma anche solo indirettamente......avere un “sottoposto” che dimostra reali capacità, non solo fa pensare che potrebbe prendere il suo posto, cosa che magari in certi contesti non è nemmeno possibile, ma può sicuramente sminuire la sua autorevolezza, il suo prestigio.....e sminuire in definitiva il suo “ego”. E quando la paura comincia ad impadronirsi dei pensieri, diventa un brutta bestia. Si comincia allora la guerra, solo perché non si ha sufficiente sicurezza nei propri mezzi, o troppa pigrizia per fare del proprio meglio. I Romani insegnavano “dividi et impera”. Questo motto è il re della politica, di tutte le politiche. Mettere in difficoltà un “sottoposto” che non ha i mezzi, il potere, per difendersi all’interno del gruppo, consente di fare “terra bruciata” intorno a questa figura. I colleghi, spesso, sono terrorizzati di apparire anche lontanamente allineati alle posizioni della persona presa di mira, non certo per le idee in sé ma perché è ormai sotto il mirino del potere. Essere amici o d’accordo vuol dire rischiare il posto. La mafia conosce questo metodo da sempre. Si deve prima isolare un simbolo prima di colpirlo. Poi lo si colpisce. C’è quindi in questa storia la storia dell’uomo. L’egoismo di chi vuole mantenere il potere, la paura di chi si sente debole e senza protezione, la pigrizia di chi non vuole migliorarsi ma solo sopravvivere. Sono tutte CMS…paure, avidità (paura aggressiva) sfiducia nelle proprie capacità. La cosa triste e grave è rappresentata dai danni psichici che tali esperienze fanno alle persone. Avete idee di quante di queste cose succedono ogni minuto? Ed è così che una società cola a picco, si deteriora, perde dignità. Sì perché può esserci una persona straordinaria che riesce ad uscirne, a superare una simile esperienza e parlare di perdono, ma ce ne sono milioni che comprensibilmente ne escono pieni di rabbia ed odio. E l’umanità peggiora. Dobbiamo concepire nuovi paradigmi di vita sociale, lavorativa e soprattutto, cambiare noi stessi, cambiare il nostro modo di reagire, di vivere e di essere. Ma non è affatto facile, nient’affatto. Ad esempio: se i colleghi fossero sufficientemente CMS-free, tutto sarebbe diverso, e i sudori freddi e la depressione verrebbero a chi mette in atto il mobbing. Fino a quando i potenti saranno sempre sicuri di cavarsela, gonfi della loro potenza ed intoccabilità, poche cose cambieranno. E meno ancora ne cambieranno fino a quando chi subisce accetterà e condividerà, per paura, i paradigmi e la logica del potere.

sabato 21 settembre 2013

EGO ED UMILIAZIONE

Quante volte nella nostra vita ci siamo messi a lamentarci del nostro prossimo? Diciamoci la verità: sempre. Se non è per i nostri genitori e i nostri figli, o i nostri compagni e compagne, è per il vicino che fa troppo rumore o per l’automobilista che non da’ la precedenza…. Per lo stato che ci vessa in ogni modo, per gli amici che non ci sono vicini come vorremmo, per i capi e i colleghi che “non ci capiscono” e si comportano in modo differente da come vorremmo noi. Molte sono le cose da dire su questi problemi di relazione e di aspettative, ma c’è un sentimento che è particolarmente profondo e che tocca il nostro sentire in modo pesante, ed è quello che chiamiamo umiliazione. Generalmente parlando l’umiliazione è quel senso di impoverimento di noi stessi che sperimentiamo quando qualcun altro, o noi in prima persona, fa o facciamo considerazioni sulla nostra persona che ci portano a vergognarci o a sentirci “azzerati” nella percezione di noi stessi. Ci sono molte persone che usano questi espedienti per ottenere vantaggi nel mondo del lavoro, delle relazioni, dei legami affettivi, per ottenere posizioni di dominio sugli altri. Queste persone sanno, sanno molto bene cosa può fare dispiacere o proprio “male” alle altre persone e se ne servono per ferire o per ottenere vantaggi psicologici e materiali. Sono magari proprio quelle persone poi le ritrovate a lamentarsi degli “altri” che si comportano male che non sono affidabili, che tradiscono la fiducia data…La prima cosa che vorremmo è che queste persone non attuassero questi comportamenti, che si comportassero “bene”, perché queste cose sono “ingiuste”, e c’è del vero in tutto questo. Ma forse, chi vuole cercare di diventare più forte nella vita, dovrebbe chiedersi se non sarebbe più sensato evitare di farsi umiliare ed evitare di farsi del male. Ma normalmente quando si pensa al difendersi si pensa a mostrare i muscoli e gli artigli per far sì che chi voglia farci del male con la lingua non abbia il cuore e il coraggio di farlo. Ecco così che ci si arma in vario modo per evitare che qualcun altro ci umili…..Proteggiamo la nostra posizione sul lavoro, facciamo sapere a chi ci può danneggiare che potremmo fare altrettanto se non di peggio. Nei rapporti familiari siamo pronti a rinfacciare all’altro la prima cosa utile se ci accorgiamo che si sta scivolando verso argomenti che non vogliamo vengano trattati. Il mondo va avanti così da sempre, guerriglia costante e guerra aperta di parole e di armi per difendere le nostre cose, le nostre idee, e la nostra dignità. Ma ci abbiamo mai pensato in che consiste un’umiliazione? Cosa è in effetti? E’ una situazione in cui ci troviamo ad essere posti ad un livello che NOI non riteniamo adatto al nostro merito, vero? E questo cosa significa? Significa che abbiamo una certa idea di noi stessi, del nostro valore, con cui ci identifichiamo. Il dirigente che viene privato delle sue funzioni originarie e “ridimensionato” nelle sue responsabilità, un “amico” che in pubblico ci deride o racconta un fatto che gli abbiamo confidato, una persona a cui teniamo particolarmente che non ci considera, un genitore che ci dice che siamo per lui una delusione…..Un figlio che ci insulta, paragonandoci ad altri genitori “migliori” di noi…. Tutte queste sono umiliazioni. Ma, come per ogni cosa che riguarda la mente, un’umiliazione è tale solo se noi gli diamo la possibilità di essere tale. Ogni “umiliazione” infatti presuppone un’idea di “trattamento ingiusto” che riteniamo di ricevere. Se infatti ci capita di essere degradati professionalmente, riteniamo ingiusto questo comportamento, perché riteniamo di meritare il ruolo che avevamo precedentemente. Se ci capita di essere umiliati dalla derisione di un amico, riteniamo che questo suo comportamento sia ingiusto perché un amico non si comporta così, e perché soprattutto, se la cosa è vera, ci sentiamo giudicati dagli altri. Se un genitore ci dice cose pesanti, ci sentiamo umiliati perché noi vorremmo che i genitori ci stimassero e riconoscessero il nostro valore. Ma la verità è che il sentimento dell’umiliazione è dovuto ad una corrispondenza/risonanza che il comportamento altrui ha in noi. Se infatti soffriamo per un declassamento nel lavoro, è perché noi riconosciamo al ruolo ricoperto nella professione una misura del nostro valore. Misuriamo il nostro valore sulla base di uno “status”. Ma le nostre capacità non cambiano in base all’attività che facciamo. Noi non siamo il nostro ruolo. Se Einstein si fosse messo per lavoro a pulire i pavimenti, non avrebbe smesso di essere lo scienziato che ha scoperto la legge della relatività. Ed anche se non avesse scoperto la famosa legge, sarebbe rimasto comunque un genio ed un grande scienziato. Se una persona di cui ci innamoriamo non ci corrisponde ed anzi ci tratta male approfittando del nostro sentimento, non significa che noi siamo differenti da ciò che eravamo prima di innamorarci, il nostro valore non cambia per il comportamento di un altro. Se un genitore ci critica pesantemente, non significa che siamo incapaci, e nemmeno che il giudizio sia fondato. E’ la nostra reazione emotiva a questi input esterni che crea il sentimento dell’umiliazione. Se diamo ai comportamenti esterni, di altre persone, la possibilità di turbarci e perturbarci, è perché noi diamo per importante ed attendibile il loro giudizio su di noi. Ovviamente è in noi stessi che dobbiamo trovare il valore che ci diamo. Se lasciamo che il giudizio altrui ci sconvolga emotivamente, significa che diamo più importanza al giudizio degli altri su di noi di quello che noi diamo a noi stessi. Non ci può essere umiliazione se non siamo noi a reagire in questo senso a ciò che avviene. Ma c’è di più… Ci possiamo sentire umiliati solo se percepiamo che siamo scesi ad un livello che riteniamo inferiore al nostro. Ma questa è precisamente una nostra rigidità…. Significa che abbiamo in testa una gerarchia delle cose e delle persone….In realtà siamo noi che decidiamo che un abbassamento di funzione lavorativa sia un’umiliazione…. Siamo noi che decidiamo che avere una certa auto ci “accresce” come valore e non averla ci “diminuisce”. Ma potremmo allo stesso modo pensare che avere un’utilitaria sia cosa perfettamente normale e che non indichi affatto il nostro valore, e ritenere che un’auto sia solamente un mezzo di trasporto…. Se un genitore ci disprezza e critica, non è detto che la sua valutazione sia realistica ed accurata, potrebbe anzi essere completamente sbagliata. Ma se noi ci aspettiamo solo riconoscimenti dai genitori, ne soffriremo…e saremo esposti alle umiliazioni che vorranno darci. Se invece imparassimo a considerarci come persone degne di essere amate, stimate e soprattutto a perdonarci, allora sarà molto difficile umiliarci, perché saremo noi ad essere indenni a tale emozione, e le manovre altrui saranno senza effetti su di noi.

giovedì 19 settembre 2013

LA SENSAZIONE DELLA SOLITUDINE

La solitudine è una cosa che quasi tutti odiano. E' spesso considerata una cosa assolutamente indiscutibile: non si deve rimanere soli e non si deve lasciare nessuno solo. Di più. Non è possibile esser felici se si è da soli. Cerchiamo costantemente partner, amici, musica, compagnia di animali, social network, televisione etc. Tutto concorre a cercare di attenuare quella sensazione pesante, angosciante, spiazzante ed anche terrorizzante che è la sensazione di solitudine. Ma cosa rende la solitudine così spaventosa? Così insopportabile? Molte cose, in verità. Solitudine è prima di tutto la “percezione” di essere soli. Nelle nostre società, caratterizzate da molteplici contatti interpersonali, essere fisicamente soli è quasi impossibile anche volendolo. E’ praticamente impossibile non avere conoscenze e rapporti di differente intensità nel contesto del nostro condominio o del nostro paese di residenza. Di fatto non siamo oggettivamente “soli” tranne qualche sporadico caso. Quindi essere soli è un “sentirsi” soli, più che esserlo. Ma qui il discorso si fa più soggettivo e quindi opinabile. Sentirsi soli può voler dire cose diverse. Si può sentirsi soli perché le persone con cui ci relazioniamo non ci fanno sentire “insieme a” loro. Ma anche questo è un argomento scivoloso….Perché non ci sentiamo compresi? Forse perché ciò che noi ci aspettiamo non è ciò che chi abbiamo vicino ci da’? Ma qui si rientra nel caso delle aspettative. Cerchiamo cioè dei rapporti e delle persone che siano in grado di soddisfare le nostre esigenze. Se ad esempio siamo degli appassionati di scacchi e non c’é nessuno intorno che voglia giocare, possiamo sentirci soli. Allo stesso modo se non abbiamo intorno persone che vogliano sentire i nostri guai e le nostre lamentele, potremmo sentirci ancora soli. In questo caso abbiamo una solitudine “percepita” che ha a che fare con una mancanza di comunicazione nel senso desiderato. C’è poi la solitudine percepita che ha che fare con la sensazione di sicurezza. Per molti solitudine vuol dire mancanza di sicurezza e di protezione. In questo caso la solitudine ha a che fare l’aspetto più infantile del senso di isolamento. Quando si è bambini si “sente” ( a parte i casi meno fortunati) una protezione da parte dei genitori che accudiscono, proteggono, amano, e fanno sentire al sicuro. Quando per i casi della vita, ci si trova a “sentire” questa mancanza di protezione, di sicurezza, si percepisce la solitudine. La solitudine in questo caso è quindi una percezione di minaccia per la propria sicurezza. Vi è poi la solitudine affettivo sentimentale, derivante da un rapporto affettivo che si è concluso, che manca o che non è come lo si vorrebbe. In questa categoria vi possono essere tutti i tipi di solitudine visti prima: quella comunicativa, quella della sicurezza e quella affettiva. La solitudine è quindi la percezione di una mancanza. Una mancanza di qualcosa che sentiamo come necessità. Ma in realtà, la necessità di comunicare è davvero inevitabile? Quante volte il nostro comunicare è davvero della qualità e della quantità che vorremmo? Non è forse vero che attraverso la comunicazione cerchiamo spesso di placare un’ansia interiore di sentirci soli? In realtà è vero, e possiamo verificarlo, che quando siamo contenti, tranquilli e in pace, la solitudine non la sentiamo ed anche camminare in mezzo ad un parco può farci sentire perfettamente bene, anche se siamo soli. E analogamente se siamo in pace con noi stessi, il “bisogno” di sicurezza ed affettività non è così forte, ma anzi sembra che ogni cosa sia al suo posto, e non occorra aggiungere nulla. Anche la solitudine o per meglio dire la “sensazione” di solitudine, è una CMS. Idee subconscie come “da solo non ce la faccio” oppure “ non c’è più nessuno con me” o ancora ”ho bisogno di parlare con qualcuno”, etc., sono tutte “carenze” e “bisogni” che riteniamo di dover soddisfare per poter essere felici. Ma come si dice e legge spesso, la vera felicità non è data da ciò che riteniamo ci manchi per essere felici, ma solo dal nostro scegliere di essere felici. L’idea quindi che la solitudine sia qualcosa di terribile ed inaffrontabile, è appunto solo un’idea. Se poniamo nella casella del “molto male” il concetto di “solitudine” e decidiamo che siamo soli, allora ci poniamo immediatamente nella categoria del “molto male” e ci roviniamo la vita. Allora una buona mossa sarà quella di trattare come CMS tutte le idee negative che abbiamo della solitudine…..e questo ci darà molta, molta capacità di non essere “soli”.

martedì 17 settembre 2013

CAMBIARE CIO' CHE NON CI PIACE

La DSE non è solo uno strumento per gestire situazioni conclatamente negative tipo: paura, rabbia, angoscia, panico… tutte emozioni che nessuno vuole avere e che tutti capiscono esser dannose. Ma è anche un metodo versatile per molte altre cose della mente, paradossalmente più importanti di quelle citate. Il punto di fondo della DSE è che QUALSIASI concetto radicato può essere ridotto ad impotenza e liberare la persona dal suo effetto, Ad esempio le convinzioni che alimentano la depressione possono essere aggredite e sgretolate così come quelle che alimentano cattive opinioni di sé, oppure la radicata convinzione di non essere capaci di fare cose che ci piacerebbe assai imparare, ecc. Quello che ancora una volta vi sottolineo con forza, perché SO essere vero, è che la mente PENSA e da’ forza ai suoi pensieri attraverso il credito che ai concetti viene concesso. In buona sostanza tutto il processo di cambiamento e di liberazione psico-spirituale ha a che fare con una cosa semplice: cambiare le proprie convinzioni. Quando si riesce a fare questo si ottiene il cambiamento. Attenzione però a quali convinzioni cambiate. Ci sono convinzioni che portano a finire velocemente in un mare di guai, mentre altre vi tirano fuori da essi. Ma di fatto, il gioco è tutto lì: cambiare quello di cui si è convinti. Come ho scritto fin dalla presentazione del metodo, la DSE non da’ alcuna indicazione di DOVE bisogna andare e a COSA bisogna credere. La DSE fa solo una cosa: scarica l’energia che c’è in un concetto. Poi quale concetto”scaricare” lo scegliete voi. Ad esempio se qualcuno ha come desiderio quello di diventare molto ricco, potrà usare la DSE per togliersi dalla testa ciò che gli/le impedisce di diventarlo. Così se si vuole diventare, che ne so, pilota di rally o pittore, la DSE può aiutare a togliere le convinzioni che fanno credere che ciò non sia possibile. Quello che voglio quindi evidenziarvi è che la DSE è una tecnica, ma come usarla dipende da voi. Quello che vi voglio altresì però ricordare è che fino a quando dei cambiamenti che volete fare ne fate solo speculazione intellettuale, nel senso che capite perfettamente dove vorreste andare e vi convincete che questo sia sufficiente a portarvi là, siete in errore. Siete in errore perché fate i conti senza il subconscio che invece vuole ALTRE cose. E c’è una ragione per questo: il subconscio sta, anche fisicamente, in un altro posto del cervello…e finché lui non sarà d’accordo….non se ne fa niente! La DSE è un grimaldello per aprire la porta del preconscio e dell’inconscio. Se volete il cambiamento….usatelo. Usatelo contro ciò che vi ostinate a pensare ed invece non vorreste pensare.

lunedì 16 settembre 2013

INTRODUZIONE ALLA DSE

La Deprogrammazione Semantico Energetica (DSE) si basa sull’uso intensivo del linguaggio e della semantica del linguaggio. Partendo dalla constatazione che quasi ogni esperienza umana viene elaborata dal cervello attraverso una semantizzazione linguistica la DSE é una tecnica che porta il praticante a rivivere le singole condizioni/episodi emozionali/concettuali che lo turbano e lo dis-turbano e, attraverso un percorso preciso del ciclo dell’emozione, portano allo scaricamento dell’energia negativa inclusa e al conseguente sollievo. La mente opera costantemente 24 ore su 24 e il suo flusso di pensieri è costantemente attivo sia nella fase di veglia che nella fase del sonno e la maggior parte di questi processi sono sub-consci o completamente inconsci e solo una piccola parte di questi giungono in vari momenti alla coscienza che, nella quasi totalità dei casi, li considera come suoi, ci si identifica, li condivide e li attua. Per capire cosa si intende per pensiero/processo subconscio si pensi all’atto di guidare un auto. Nella fase di apprendimento iniziale della tecnica di guida, il principiante deve, in ogni momento, essere cosciente di ciò che sta facendo e quindi “pensa”: “ora premo la frizione, innesto la prima marcia e rilascio lentamente la frizione e contemporaneamente premo lievemente sull’acceleratore ecc.” Quando l’apprendimento ha fatto presa, tutti questi processi passano al subconscio che li gestisce con grande velocità ed accuratezza. Per un autista esperto, la manipolazione di marce, frizione, freno, acceleratore, volante, frecce di direzione e visualizzazione e controllo del traffico, sono processi completamente padroneggiati che non richiedono nemmeno pensiero cosciente. Qualsiasi processo di apprendimento si basa su questa modalità, dall’andare in bicicletta al lavarsi i denti, al battere sulla tastiera del PC, all’uso del linguaggio. Tantissime altre cose vengono apprese dalla mente attraverso modalità consce per passare poi al subconscio, ma purtroppo, per nostra sfortuna, non tutte sono utili come imparare a guidare una macchina. Una caratteristica della mente è che quando apprende una cosa come l’andare in bicicletta, non lo dimentica più. Perché? Perché le istruzioni sono depositate nel cervello in una memoria proprio come quella di un hard disk molto capace, pronte per essere riprese al momento del bisogno. Vi è mai capitato di rivedere a distanza di parecchio tempo un film e di scoprire che non ve lo ricordate? E poi man mano che procedono le scene cominciate a dire…” ma io questo l’ho già visto…ma non mi ricordo…ah, sì adesso succede che…” Questa è la prova che il ricordo del film è immagazzinato nel vostro cervello ma che non riuscite ad accedervi se non in misura frammentaria, ma voi “sapete” che l’avete visto e più lo vedete, più certi particolari tornano alla mente. Quindi il cervello registra tutto accuratamente, quello che manca talvolta è la capacità di accedere al ricordo. Allo stesso modo ogni esperienza del vostro passato è registrata da qualche parte e può essere recuperata. Quello che però a noi interessa non è tanto recuperare TUTTO, ma recuperare e togliere di mezzo quelle esperienze che ci fanno stare male. Ora c’è un'altra caratteristica del ricordo e dell’apprendimento e cioè che insieme al ricordo si registrano automaticamente anche le emozioni e le sensazioni legate a quel ricordo. E purtroppo certe emozioni non sono proprio il massimo. Nel nostro passato ci può essere dolore, rabbia, tristezza, paure di diverso tipo, angosce, timori, vergogne ecc.ecc. Alla base di ogni esperienza c’è un processo di elaborazione della stessa che ha al suo interno due elementi: una verbalizzazione del pensiero e una correlata emozione. Poniamo l’ipotesi di un episodio di vergogna, diciamo una brutta figura fatta a scuola tanti anni prima…Immaginiamo che la persona abbia 13 anni e che durante una recita scolastica sia scivolato sulla scena della recita e finito con la faccia in un vaso di scena pieno d’acqua, rovinando la recita e facendo ridere tutti i presenti, compagni e genitori. Ora questa persona cresciuta, potrebbe tranquillamente sviluppare un sacro terrore per i giudizi altrui, una discreta avversione per l’acqua e una timidezza esorbitante a parlare con le altre persone. Bene. Anche se durante l’esperienza incriminata nessuno potrebbe aver detto nulla e il malcapitato potrebbe aver solo sentito la sua testa nell’acqua e le risate dal pubblico, ciò non di meno questo avrà causato una verbalizzazione dei suoi processi di pensiero che avrebbero potuto essere del tipo: “ che figura, che figura, sono un cretino, Dio che vergogna, adesso rideranno di me in eterno, voglio scappare via di qui, cosa diranno mamma è papà, non voglio più vedere nessuno ecc. ecc.”. Passando il tempo e gli anni il ragazzo diventato uomo potrà metabolizzare in modo più o meno felice, quell’esperienza, ma tracce possono rimanere, anche pesanti. Come si agisce con la DSE? Il contenuto verbale/semantico/linguistico che il ragazzo ha registrato nel suo cervello in quel momento si è inevitabilmente associato allo stato emotivo/energetico che lui aveva in quel momento. Ogni volta che le condizioni della vita lo porteranno ad avvicinarsi a quel tipo di esperienza, vuoi perché c’è qualcuno che lo sta osservando, vuoi perché c’è qualche situazione che lo porta al centro dell’attenzione altrui o anche solo perché lui lo pensi, quel contenuto salirà dall’inconscio e si presenterà alla coscienza come imbarazzo o vergogna o come pensiero auto punitivo (sono un cretino) o come paura che qualcuno rida e così via. la tecnica della DSE porta il praticante a dissociarsi dall’emozione, cioè: quello che sto sentendo (il disagio, l’imbarazzo, la rabbia verso di sé o verso gli altri ecc) non sono io, ma è qualcosa che agisce contro di me che infatti io non voglio. Poi, diversamente da quello che tutti tendiamo a fare, cioè reprimere, cancellare, negare e/o cercare di mettere sotto controllo l’emozione negativa, il praticante cercherà attivamente di richiamare l’emozione o il senso di disagio , mettendosi in ascolto di quello che il subconscio sta dicendogli, ed anzi se possibile, aumentando la sensazione fino a renderla più evidente possibile e precisamente rispondente come intensità a ciò che sta provando. E’ prioritario mantenere la dissociazione dall’esperienza in quanto non appartenente alla persona, ma da essa stessa subita. Una volta portata alla coscienza (agganciata), il praticante potrà entrarvi come un attore che recita una parte e dare ad essa lo sfogo emozionale che sta richiedendo, accompagnando l’emozione con i movimenti, frasi e le sensazioni del corpo (cinestetica) che vengono naturali, qualsiasi essi siano. L’esperienza dovrà essere rivissuta fino alla sua trasformazione e fino al manifestarsi di una correlata sensazione di alleggerimento e rilassamento. A questo punto avremo realizzato uno scaricamento dell’emozione perturbativa (la deprogrammazione è quindi avvenuta) e almeno quella specifica parte rivissuta sarà stata cancellata sulla traccia emozionale. E’ importante non farsi impressionare dalle reazioni che la mente può porre in atto quando “entra” nell’esperienza. Il praticante potrà rimanere stupito ed anche umiliato, scandalizzato, deluso, perfino sconvolto, dalla reazione che il suo sub-conscio potrà mettere in scena, ma deve sempre tenere primariamente in evidenza che queste energie sono dentro di lui ma NON sono lui. Più energia (non importa se negativa) si manifesterà durante l'applicazione della tecnica e più il processo porterà beneficio.".

sabato 14 settembre 2013

VINCERE LA PAURA DI SBAGLIARE

La paura di sbagliare è una delle cariche mentali negative più dannose che vi siano. E’ capace di ingabbiare tutto quanto, di renderci completamente imbelli e in completa balia degli eventi e delle persone al punto di paralizzarci, di renderci immobili. Non si possono prendere vere decisioni se si ha paura di sbagliare e purtroppo non si può nemmeno crescere professionalmente e personalmente se permane questo timore. Ma da cosa è determinata questa paura di sbagliare? Da dove nasce? Da un punto di vista psico-analitico, intendendo con questo le relazioni di causa-effetto, la paura di sbagliare è paura del giudizio degli altri, paura della critica soprattutto. Può anche essere determinata dalla paura delle conseguenze dello sbaglio, quando queste possono essere davvero pesanti. Per esempio fare un grave errore di guida può essere una paura concreta per un autista di autobus, dal quale dipendono decine di vite. Come per un chirurgo cardiovascolare può essere molto concreta la paura di fare un errore e lasciare un morto sul tavolo operatorio. In questi casi la paura è non del giudizio degli altri ma dovuto alla paura umanissima di fare del male al proprio prossimo. Ma è molto diverso il caso di chi nutre sotto traccia una costante e fastidiosa, continua sensazione di insicurezza in ogni decisione che prende....un sotterraneo terrore nel prendere decisioni per la semplice......paura di sbagliare. Le ragioni di questo possono essere le più varie, e dovute a cattive esperienze vissute in passato, per decisioni sbagliate prese, oppure per un’educazione molto rigida in cui i genitori o anche uno solo di essi non abbiano mai dato al loro figlio o figlia la necessaria fiducia nella loro capacità di prendere decisioni e nel fare le cose. Frasi come “non sei capace di fare niente” oppure “non ne fai mai una giusta”, “ sei stupido”, “non sei portato per fare queste cose” , “lascia perdere non fa per te” “ non toccare niente”, “sei negato”. O ancora “lascia perdere ci pensiamo noi”, “non è roba per te” ed altre ancora, abituano il subconscio a pensare che vi sono molte cose in cui la persona non è portata e ad inibire la sua capacità e voglia di misurarsi con cose nuove e prendere decisioni. Altra modalità attraverso cui si invalida la capacità di assumere decisioni e fare cose, è quella della paura della critica altrui. Fanno parte di questa famiglia tutte le raccomandazioni a “comportarsi bene” associate non solo al rispetto di cose e persone, ma soprattutto al timore di incorrere nella condanna “sociale”. Tali atteggiamenti si assorbono tipicamente dai genitori attraverso l’introiezione di concetti quali: “ comportati come si deve, non farmi fare brutte figure”, “ non fare niente! Cosa penseranno i vicini?”, “stai zitto/a se non sei interpellato” , “stai fermo e non fare niente. Vuoi farti ridere dietro da tutti?” e così via. Tutte queste sono frasi ovviamente invalidanti, castranti, bloccanti. E’ ovvio che mano a mano che questi comandi vengono introiettati nel sub-conscio, creano una “struttura” della personalità che tenderà sistematicamente ad evitare situazioni di esposizione, di rischio, di decisione. Come detto tante volte, nell’uso della DSE, occorre ascoltare il proprio pensiero-paura interiore, che invalida la nostra capacità, possono anche essere multipli ma una volta individuati e sistematicamente attaccati si presenteranno alla coscienza per essere “deprogrammati” e più si procederà nell’attacco sistematico, più l’intera impalcatura invalidante comincerà a barcollare e finirà per crollare, restituendo la capacità di assumere decisioni e di fare cose.

venerdì 13 settembre 2013

LE MECCANICHE DELLA MENTE

Chi è alla ricerca di una crescita spirituale, e da almeno un po’ di tempo sta “ricercando”, con letture, incontri, magari navigando in rete, avrà con ogni probabilità incontrato il concetto del ”vuoto” mentale, come obiettivo da raggiungere per ottenere la pace. Se ne parla come di un processo di “disidentificazione” dai propri pensieri, come il “fermare” la mente, liberarsi dagli attaccamenti, trovare il proprio centro, ecc. In questo scritto non si parlerà del vuoto. Ci sono molti e autorevoli autori e frequentatori della rete che hanno da insegnarne. Si parlerà invece del “pieno” cioè di come la mente normalmente si comporti per impedire al ricercatore di giungere alla pace mentale. In altri termini si parlerà di ciò le persone “normali” hanno come condizione mentale-esistenziale. La prima cosa da dire, ed è anche abbastanza ovvia a questi livelli di conoscenza, è che i nostri pensieri, sicuramente quelli inconsci, ma anche quelli consci, NON sono da noi padroneggiati come ci sembrerebbe. A questo proposito, per non allungare troppo questo articolo vi invito a leggere la nota “la mente che mente”, che sviluppa l’argomento in modo un po’ più completo. Ma appurato ciò, quello che potremmo chiederci è cosa sono i pensieri e come funzionano. Bene. Facciamo prima un po’ di anatomia del pensiero. Il pensiero è dato sostanzialmente da due cose. La prima è il concetto che esso esprime. (ovvio, no?) La seconda è l’energia che esso contiene (un po’ meno ovvio, ma comprensibile) Un concetto può essere ad esempio “io sono testardo”. Questo semplice concetto però è composto già da altri tre concetti che sono “io”, “sono” e “testardo”. Lo rivedremo tra un minuto, perché c’è molto da dire, sulla formulazione dei concetti. L’energia invece è data dalla “carica emozionale/mentale” che il concetto si porta dietro e che da’ il carattere e la forza (o la debolezza) del concetto. A sua volta la carica emozionale dipende da molti altri fattori e in particolare da quanta energia c’è nel concetto di “io” di “sono” e di “testardo”. Poniamo che dato per massimo il livello 100, nella frase “io sono testardo” vi sia una quantità di energia media di 80, in cui vi è un livello di 100 nell’io, di 80 nel “sono” e di 60 nel “testardo” la somma divisa per 3 da appunto 80. In termini più semplici, potremmo dire che il nostro ipotetico amico che dice questa frase è assolutamente certo di esserci (io=100) fortemente di essere esistente (sono=80) e abbastanza convinto di essere testardo (=60). Ipotizziamo che però il nostro amico voglia liberarsi di quest’idea di essere testardo, perché questa sua convinzione lo porta ad avere comportamenti rigidi ed ostili ai cambiamenti che gli creano problemi con il prossimo. A questo punto si potrebbe dire: beh, basta che cambi idea e diventi più flessibile. Sembra facile, ma non lo è. In realtà al di sotto della frase analizzata, vi sono altre frasi ed altre cariche emozionali/mentali che alimentano quella superiore. Una di queste può essere che l’idea di essere testardi sia simile a quella di avere “carattere” e siccome c’è la convinzione che avere carattere sia una cosa buona, alla persona riuscirà arduo accettare di essere meno testardo, perché inconsciamente avvertirà di avere “poco” carattere e quindi la sua volontà di liberarsi della testardaggine sarà ridotta da altri processi inconsci. LA STRUTTURA INTERCONNESSA In effetti, quello che stiamo cercando di spiegare è che i pensieri sono come il gioco del lego, mattoncini semplici che creano costruzioni più complesse o se preferite sono come atomi, che formano molecole, che creano catene di amminoacidi, che creano strutture, che creano organi, che creano corpi che diventano esseri viventi. L’energia invece è data da quanto la persona crede e si identifica nel concetto che esprime e la convinzione dell’idea accresce il suo radicamento e la sua “insostituibilità” predisponendo quindi la mente ad irrigidirsi su quell’idea, qualunque essa sia. Come detto nell’esempio se la parte meno convinta della frase è il concetto di “testardo” quella sarà la parte più facilmente modificabile attraverso un suo “scaricamento” energetico, che quando effettuato correttamente porterà alla superficie ciò che al di sotto lo alimenta. LA DEPROGRAMMAZIONE SEMANTICO ENERGETICA (DSE) Come espresso sopra, i concetti, TUTTI i concetti/pensieri in cui crediamo, hanno una certa quantità di energia che li alimentano. Se così non fosse quegli stessi concetti non avrebbero alcuna forza né la capacità di influire e condizionare il comportamento della persona. L’energia sottostante può essere di diversa natura. Può essere euforizzante, terrorizzante, angosciante, divertente, paralizzante, arrogante, ecc. Dipende da quali legami ha con gli ulteriori concetti/pensieri ad esso legati. La nostra mente è quindi molto, molto, molto complessa, per via delle interconnessioni che a migliaia la percorrono. Sarebbe quindi assai arduo, per non dire sconfortante immaginare di “ripulirla” con pochi colpi di meditazione. Ci sono però dei punti deboli che ci possono aiutare….. La stanchezza di fare sempre le stesse cose Chi di voi non si è mai stancato di fare qualcosa o di pensare qualcosa o di parlare di qualcosa? E’ un’esperienza che tutti abbiamo fatto, no? Il più delle volte quando ciò avviene rimaniamo in uno stato negativo di insoddisfazione. Non riusciamo più a trovare piacere dal fare quella cosa che normalmente ci piace e allo stesso tempo non vorremmo che accadesse questo. Magari si continua a farla, ma la fatica, la noia diventa sempre più presente e “il senso” che quella cosa aveva, tende ad affievolirsi progressivamente. Perché ciò avviene? Perché il ciclo dell’energia ha un suo ritmo , tempo e curva di attaccamento. C’è una prima fase in cui c’è l’entusiasmo e vorremmo occuparci sempre di quella cosa, (è la fase maniacale quando i nostri amici cominciano a prenderci in giro, la compagna o il compagno fa quello sguardo da compatimento-sopportazione) poi c’è la fase di professionalizzazione in cui la ragione si mette al servizio della cosa e cerchiamo di arrivare al massimo risultato nella cosa stessa. Poi inizia la fase del dovere in cui la cosa ci da’ ancora piacere, ma si avverte anche il sacrificio di dovere/volerla fare, e poi comincia quella sensazione di pesantezza, che diventa noia, fatica e….il piacere comincia a scendere…e poi si arriva all’abbandono. Il ciclo dell’energia vale anche per i concetti/pensieri (sono sostanzialmente la stessa cosa) e soprattutto, vale anche per i concetti/pensieri che NON volete avere. Il modo attraverso cui ciò può avvenire è la reiterazione/ri-percorrenza/scaricamento del concetto/emozione da risolvere, che io chiamo deprogrammazione semantico-energetica(DSE). COME FUNZIONA Analogamente al caso della cosa che ci piace fare e che a lungo andare può esaurire la sua “carica”, anche le nostre paure, angosce, negatività e aggressività, hanno il loro ciclo dell’energia che può essere riprodotto appositamente, in un ambiente protetto, (sapendo che esse non sono “noi”, ma una parte della nostra mente che NON vogliamo e da cui prendiamo le distanze come da un virus o da un batterio) attraverso la modalità dell’”entrarci dentro” e ripercorrerlo fino a stancarlo e stancarci, per poi continuare ancora fino a che questa stessa stanchezza non scompaia e ci si ritrovi a ripercorrere il…”nulla”. Cosi facendo la carica energetico/emozionale si andrà a scaricare fino alla sua cancellazione portando a galla ciò che si troverà al di sotto, e così si potrà riprendere anche questo nuovo concetto/energia e trattarlo come sopra. Presto ci si troverà a scoprire quali sono i “mattoni” fondamentali del pensare che occupano la mente incessantemente, e la coscienza (l’osservatore) diventerà sempre più abile nel dare la caccia ai parassiti, ai demoni, della mente. Piano piano si scoprirà la natura “impermanente” dei nostri pensieri, la loro origine dal profondo del subconscio e la distanza da essi aumenterà, mentre, continuando ad aggredire i parassiti mentali, si procederà verso una maggior libertà e capacità di azione della coscienza.

LA MENTE CHE MENTE

Siamo sempre (o quasi sempre) convinti che le cose che pensiamo, sentiamo, che originano dal nostro “interno” sia in un certo qual modo, quello che noi “siamo”. E’ cosa davvero comune pensare che le nostre concezioni, pulsioni, desideri, opinioni, siano quello che “noi” siamo. Diciamo agli amici….”sai io sono fatto così. Queste cose non le sopporto, mi fanno davvero …arrabbiare” ah, sai io amo visceralmente quella musica, quel posto, quella persona… Ah guarda se potessi farei questo, farei quello, andrei la’, mi comprerei questa cosa, mi ritirerei in meditazione ecc. Non è così? Non siamo forse sicuri di essere “noi” tutte quelle cose? Poi….passano gli anni e cominciamo a cambiare…idee, desideri, preferenze, cose che amiamo e che odiamo….. Ma se eravamo noi allora, cosa siamo ora? Siamo ancora “noi”? Probabilmente molti risponderebbero di sì. Ma allora perché eravamo diversi, prima? Beh, ti rispondono, ho fatto delle esperienze, ho vissuto ed ho capito che…… E, sì anch’io spesso mi esprimo così. Ma poi, riflettendo, capisco anche che grandissima parte delle “mie” convinzioni erano dettate dalle mie pulsioni del momento, dai miei obiettivi di quel momento della mia vita, ed ancora di più dalle mie paure, dal desiderio di evitare rischi che non volevo correre, come anche dettati da altri rischi che invece volevo correre. Anzi, a volte scelte apparentemente coraggiose, erano bi-valenti e contenevano al loro interno paure da evitare. La verità che è andata emergendo è che le scelte realmente consapevoli, di cui io avessi il pieno controllo, di cui il mio “io” aveva DAVVERO il controllo, semplicemente non esistevano. Il fatto è che la massima parte di quello che noi chiamiamo “io” con grande autocompiacimento, è un agglomerato di forze a noi in gran parte sconosciute, a loro volta formatesi a causa degli influssi dei nostri primi anni di vita ed anche successivamente. Ma come possiamo quindi riconoscere qualcosa come nostro, davvero? Mi viene in mente quella battuta…smettere di fumare? Ma è facilissimo, l’ho fatto centinaia di volte!! Per capire se le “nostre” idee, preferenze, passioni, sono davvero nostre, dovremmo provare a rinunziarvi. Se la cosa ci riesce facile, fluida, allora sono davvero nostre, ne abbiamo il controllo. Se invece per rinunziarvi entriamo in tensione, soffriamo, andiamo in crisi, è segno certo che, pur essendo convinti che “quella” è una nostra caratteristica, al contrario essa è un processo mentale che vive a nostre spese, come un parassita, come un virus dentro il nostro computer-mente che si nasconde, che ci fa SEMBRARE di esserne padroni, mentre ci sta schiavizzando. Allora, chi siamo davvero noi? Noi/io/tu, siamo quella parte che è in grado di ri-conoscere che quella parte di noi/io/tu NON è il vero noi/io/tu. Quella “parte” sono le onde di superficie, che cambiano con il vento, ma che durano lo spazio di un mattino. Impermanenti come direbbe il Buddha. Tu invece sei l’osservatore, eterno ed intoccabile, come l’oceano profondo.

giovedì 12 settembre 2013

LE SOFFERENZE EMOTIVE LEGATE AI CONCETTI DI BENE E MALE, GIUSTO E SBAGLIATO

I concetti archetipi di “Bene” e “Male” sono i concetti originanti del dualismo mentale, della logica del sì e no. Innumerevoli sono i processi di pensiero che alla base hanno una segmentazione in pensieri “positivi” e “negativi”, non secondo una concezione universale ma secondo una percezione soggettiva. Nei nostri processi di pensiero collochiamo centinaia e centinaia di concetti nella casella “bene” o “male” e da ciò facciamo seguire la preferenza e l’avversione. Da questa categorizzazione nasce poi l’attrazione e la repulsione. Da attrazione e repulsione nasce poi il dolore per ciò che ci capita e che non vogliamo e per ciò che non ci capita e che viceversa desideriamo. Queste sono le CMS (cariche mentali subconscie) “madri” di moltissime CMS secondarie, ed hanno la caratteristica di essere incentrate sul concetto di “giusto“ ed “ingiusto”. Occorre sempre distinguere tra il valore semantico di un concetto e il suo attaccamento, l’energia in esso contenuta. Se ad esempio assistiamo ad una strage di un terrorista, sicuramente lo consideriamo “ingiusto” Ben poche persone possono considerarlo “giusto” no? Ma quello che è differente da persona a persona è la reazione emotiva che scaturisce dal fatto conosciuto. Bene, la reazione emotiva al fatto è ovviamente negativa, no? Nasce rabbia, sconvolgimento, disgusto per chi ha fatto l’attentato…ma la domanda da porsi è: si sta meglio dopo che si è saputo della cosa o si stava meglio prima? Lo stato interiore è migliorato o peggiorato? Quindi la repulsione per un fatto ”ingiusto” fa soffrire. Questo è il risultato della repulsione. E specularmente avviene per le cose che desiderate ma che non avvengono o non si verificano. Si può invece scindere la valutazione sul fatto, dalla reazione ad esso. Si può essere assolutamente contrari a cose ingiuste ma non avere reazioni emotive distruttive, che peraltro non portano alcun vero vantaggio. Ma queste reazioni sono automatiche quando entrano in gioco i concetti di giusto e sbagliato…Le nostre reazioni si fanno più intense di fronte alle “ingiustizie” e più gravi sono e più reagiamo… E sono reazioni con un elevato livello di automaticità. La DSE anche in questo caso può aiutare perché la tecnica ci permette di “depotenziare” la risposta emotiva collegata al verificarsi di certe cose “ingiuste” e quindi di mantenere un maggior controllo ed equilibrio e quindi un maggior benessere. Occorre tenere presente che praticamente ogni fastidio, insofferenza, fatica, dolore mentale è dovuto a ciò che è differente da come lo vorremmo. E i concetti, i nostri concetti di bene e male in questo “gioco” della mente la fanno da padrone. Il pratica gran parte delle preferenze o delle avversioni che abbiamo sono dovute alle idee di bene e male, giusto e sbagliato che abbiamo a monte. E quindi gran parte delle sofferenze che ci procuriamo nella vita, dipendono da queste concettualizzazioni che abbiamo a monte.

DSE E LAVORARE CON IL SUBCONSCIO

Quella parte del pensiero che si trova appena sotto la nostra coscienza viene chiamato subconscio. Il subconscio generalmente impartisce dei comandi che il nostro conscio raccoglie e traduce in sensazioni e parole. Ad esempio se una persona è arrabbiata, è probabile che sappia molto bene perché e con chi è arrabbiata, ma il suo esprimere la rabbia può essere filtrato da fattori quali: l'educazione, la situazione, l'opportunità, ecc... quindi anche se in un primo momento può sembrare molto vicino al contenuto reale della carica mentale subconscia (CMS), in realtà non lo è, e basta poco sforzo per trovare ciò che la carica mentale sta urlando dal subconscio. Nelle situazioni di inconscio invece, non si ha proprio la più pallida idea dell'origine di uno stato d'animo e, se rimaniamo nell'esempio della rabbia, la persona può sentirsi molto aggressiva e pronta anche al litigio, ma non sa perché. Quando questo si verifica, secondo la DSE, è perché tra la CMS "inconscia" e la coscienza si sono frapposte altre cariche CMS negatrici e sviatrici che non permettono di avere alcun sentore della vera causa. Lo scopo della DSE è proprio quello, progressivamente, di rimuovere il materiale di CMS che non permette ad altre CMS di giungere al subconscio. Infatti solo quando una CMS arriva al livello subconscio può essere trattata perché diventa riconoscibile ed agganciabile.

TRATTARE I SENSI DI COLPA

Nel corso della nostra vita avviene che inconsapevolmente vengano introiettate ed assimilate vari tipi di cariche mentali a livello subconscio (CMS). Fra queste vi possono essere le cariche mentali subconscie del senso di colpa. Queste cariche mentali indicano perentoriamente alla mente un parametro di confronto tra ciò che si dovrebbe essere e ciò che il comando dice che la persona è, oppure tra ciò che è giusto fare e ciò che è stato fatto. Ora, non è tanto importante che quello che la CMS dica sia vero o meno, è invece importante che il subconscio lo dica con forza. Noi cerchiamo di opporci, di trovare spiegazioni, di giustificarci, ecc. ma il nostro subconscio non demorde ed infine riesce ad instillare in noi un malessere, una sofferenza, e alla fine cediamo; noi “crediamo” a ciò che il nostro subconscio ci trasmette. Si sa che tutto ciò che ruota intorno ai sensi di colpa ha a che fare con il Bene e il Male, infatti è solo sulla base di un confronto “etico” che il senso di colpa può nascere. Ma da dove si origina il senso di colpa? Dove risiede? Le origini dei sensi di colpa possono risiedere molto spesso nell’educazione, nella morale comune, nel giudizio degli altri, della collettività, ecc., comunque sia, non ha importanza, non siamo interessati a scoprire come una CMS si sia installata nella nostra mente e nel nostro subconscio nè tanto meno del perché si sia installata. Nella tecnica DSE (Deprogrammazione Semantico Energetica) ci si limita all'identificazione della CMS e dell'eliminazione della sua pulsione.

martedì 10 settembre 2013

COS'E' L'UMILIAZIONE

Cos'è l'umiliazione? Pensiamoci su un attimo....E' subire un trattamento che ci porta ad un livello più basso di quello a cui siamo abituati e con il quale ci identifichiamo. Questo significa una cosa sola: ego....Abituarsi alla cosiddetta umiliazione non è altro che liberarsi di un comando che dice "che vergogna!" "tu non meriti questo" "sei caduto in basso" " che brutta figura" In realtà sono tutte cose senza senso...una persona libera non ha il concetto di vergogna perchè non ha uno status da difendere....in altre parole non ha in testa un livello di ciò che dovrebbe essere ( idea di "bene" e "male"), sa solo che necessita di migliorare e se cade....si rialza, se sbaglia, lo riconosce ma si perdona, perchè sa della sua imperfezione...e la accetta e lavora per migliorarla.