mercoledì 31 luglio 2013

LA SOLITUDINE

la solitudine è uno stato d'animo, nè più nè meno come l'ansia, la rabbia, l'angoscia. Sentirsi soli è appunto un "sentirsi" e questo sentirsi ha in sè un non detto, cioè una carica mentale subconscia (CMS) che dice "è brutto e triste essere soli" per cui quando capita, non tanto di essere soli ma di "percepirsi" soli, si attiva quel "è brutto e triste essere soli" e si sperimenta il dolore. E questo può accadere anche se si è circondati da altre persone. Mentre se si è felici, la solitudine è pensata come "sono libero di fare ciò che voglio" e la si associa alla libertà. Come si vede è tutto un percorso soggettivo e puramente mentale. Non c'è nulla di oggettivo....e come sempre la felicità alla fin fine è scelta nostra....

VOGLIAMO CAMBIARE?

Vogliamo CAMBIARE? Allora ACCETTIAMOCI. Se ci accettiamo così come siamo…..CAMBIAMO! Se accettiamo di essere ansiosi......smettiamo di essere ansiosi per paura di avere l'ansia.......Se invece ci rifiutiamo attiviamo una CMS, una carica mentale subconscia, che ci dice "devo cambiare" e così introduciamo NUOVA ansia! Se rifiutiamo e non accettiamo alcuni aspetti del nostro modo di essere avremo un'altra carica mentale subconscia che ci dirà " mi faccio schifo". Il miglioramento lo si ottiene NON per aggiunta di nuovi pensieri, ma per sottrazione di quelli vecchi! Ecco perchè si dice che siamo perfetti così come siamo, non perchè lo siamo....così come oggi siamo, ma perchè se siamo imperfetti è perchè abbiamo immesso nella nostra mente un sacco di roba che non serve, che ci allontana dal nostro stato NATURALE. La felicità è uno stato INNATO dello spirito, poi la mente ci mette di tutto per rovinarlo. Ecco perchè si dice che siamo come il cielo con le nuvole.....dietro le nuvole c'è SEMPRE il sole, solo che noi lo oscuriamo con le nostre "nuvole-cms".

venerdì 26 luglio 2013

DISSOCIAZIONE

Quando scopri che le tue idee, i tuoi concetti di giusto e sbagliato, di bene e male, le tue preferenze, e le tue idiosincrasie, sono tutte mutevoli e condizionate, quando scopri che tutto può essere cambiato e che esiste una unità consapevole, la tua coscienza, che può rendersi conto di ciò, nasce la dissociazione. Si crea una distanza tra la tua coscienza e la tua mente, e questa distanza permette finalmente di “vedere” come la tua mente funziona e come riesce a condizionarti. Nasce così una negazione….o per meglio dire una disidentificazione….. si nega da quel momento di “essere” la propria mente, ma si pensa di “avere” una mente e di avere una mente che può e deve essere modificata. E’ questo il momento che segna la “conversione”, il cambio di direzione. Si scopre un mondo nuovo, il mondo mentale in cui prima eravamo immersi senza consapevolezza. E’ la scoperta della nostra personale Matrix, del nostro mondo virtuale che consideravamo assolutamente reale...

QUANDO TROVI L'OSSERVATORE

Le idee cambiano, i gusti cambiano, gli affetti cambiano, i ragionamenti e le priorità cambiano. Cosa rimane di costante, stabile, immutabile? Una cosa c’è. E sei tu che osservi tutto ciò. Tu che osservi te stesso che cambi idee, gusti, ragionamenti, vestiti, casa, affetti, posto in cui vivi…..Tu che osservi sei sempre lo stesso…osservi le tue paure e i tuoi atti coraggiosi, le tue scelte e le tue non scelte…. Tu sei quella unità di consapevolezza che può mettersi a distanza dalle cose che ti accadono, come se la cosa non ti riguardasse….. Quando comprendi che non sei i tuoi pensieri, quando comprendi che ciò che pensi lo puoi cambiare, che ciò che ti condiziona e ti fa fare cose che non ti piacciono, non sei tu ma solo qualcosa che come un virus molesto agisce dentro di te contro la tua volontà….Quando ti rendi conto che la tua mente non sei tu, ma uno strumento a tua disposizione come le tue braccia e le tue gambe, allora scopri che c’è questa cosa, la coscienza, che è sempre lì a farti rendere conto di ciò che succede….E quando questo lo scopri, lo sperimenti, lo individui, hai cominciato il risveglio, hai cominciato il distacco dalla tua mente…l’osservatore si è svegliato e non può più riaddormentarsi, perché sa.

lunedì 22 luglio 2013

LA MENTE IMPERMANENTE

E' molto difficile accorgersi che i nostri processi di pensiero, sono solo espressione di una macchina che si chiama mente con la quale ci immedesimiamo. Non riusciamo a vedere che le nostre convinzioni, i nostri valori, le nostre idee, cambiano con il tempo e che nulla o quasi resta di ciò che credevamo e pensavamo anni prima. Continuiamo a pensare che il nostro "io" sia ciò che pensiamo allo stesso modo in cui ci identifichiamo con un corpo che invece cambia. Quando , per caso, ci capita di accorgerci che ciò che siamo è "l'osservatore" dei propri pensieri e che la mente è solo uno strumento, cominciamo a capire l'impermanenza della realtà e che esiste il "Permanente" "l'immutabile" E' in questo momento che si creano le condizioni, da un lato, per una vera conversione e dall'altro per una liberazione dalla schiavitù della psiche. E però, questo passo di chiarificazione è elemento di base per una corretta applicazione della DSE (Deprogrammazione Semantico Energetica). Quando infatti la natura impermanente della mente e dei pensieri risulta chiara alla comprensione, e si radica nella certezza, si può con maggior leggerezza affrontare le paure, le angosce, le rabbie, gli scoramenti, che la mente ci propina continuamente non potendo più fare l'errore di considerarle "vere" e soprattutto "nostre". Questo aspetto, che nella DSE è chiamata "dissociazione" è l'unica vera "realizzazione concettuale" che viene richiesta per l'uso della tecnica.

GERUNDIZZIAMOCI

Fino a quando penseremo a noi stessi come “io sono”, avremo sempre problemi. Già, perché l’io sono implica farsi la fotografia…io sono fatto così, io sono una persona impulsiva, io sono razionale, io sono collerico, io sono pacifico, io sono passionale, io sono un italiano, un tedesco, un milanese, un napoletano, un siciliano, un romano…..un ricco, un povero….. Definirsi vuol dire ingabbiarsi, inscatolarsi, auto confinarsi, anche quando le cose che pensiamo sono positive. Ciò di cui ci convinciamo ci irrigidisce. Invece trovo più accorto, intelligente e saggio, fare un’altra cosa: gerundizzarsi. Sì gerundizzarsi. Sto diventando, sto cambiando, sto crescendo, sto mutando, sto evolvendo, sto sbagliando, sto peggiorando, sto smettendo di peggiorare. Mantenere un’ottica di movimento sul proprio sé aiuta a percepirsi mobile, flessibile, cangiante. Meglio ancora se imparassimo a pensare in termini dissociati……le mie emozioni stanno cambiando, le mie reazioni stanno cambiando, le mie preferenze stanno cambiando. La mia mente sta mutando, le mie priorità stanno cambiando…..Siamo nati per muoverci, non siamo sassi. Se un bruco pensasse di rimanere bruco, di “essere” bruco, non diventerebbe mai farfalla.

DSE E TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE

La terapia cognitivo-comportamentale Fonte: http://www.ipsico.org note di Elitheo Carrani Si tratta di una disciplina scientificamente fondata, la cui validità è suffragata da centinaia di studi, principalmente, ma non solo, per la diagnosi e la cura in tempi brevi di: Depressione e disturbo bipolare; Ansia, fobie, attacchi di panico e ipocondria; Ossessioni e compulsioni; Ansia o preoccupazione generalizzate; Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, etc.); Stress, disturbi psicosomatici e cefalee; Disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce, anorgasmia, etc.); Abuso e dipendenza da sostanze (alcool, droghe, etc.); Disturbi della personalità; Insonnia; Difficoltà a stabilire e mantenere relazioni sociali e comportamento impulsivo; Problemi di coppia; Difficoltà nella scuola o nel lavoro; Bassa autostima. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, come suggerisce il termine, combina due forme di terapia estremamente efficaci: La psicoterapia comportamentale: aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona ha in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di reazione. Aiuta inoltre a rilassare mente e corpo, così da sentirsi meglio e poter riflettere e prendere decisioni in maniera più lucida. (Nota di E.C.: Questo approccio è quello di associare stati di calma a situazioni che invece creano ansia.E’ una terapia piuttosto lunga ma può dare risultati.Si tratta di rompere legami psichici-CMS tra situazione percepita e reazione ansiosa, e creare nuove associazioni. Esempio: immaginati un luogo aperto ( se si tratta di agorafobia) e ora respira con calma e profondamente e sentiti calmo/a e rilassato…hai fiducia in te stesso e questo luogo ti piace ecc ecc. Questo approccio è di fatto un processo sub-ipnotico che cerca di creare nuove associazioni, passando da spazio aperto-=paura a spazio aperto=calma e serenità) La psicoterapia cognitiva: aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, certi schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni negative che vengono percepite come sintomi e ne sono la causa, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona. (Nota di E.C.: questa è invece la ricerca delle CMS a cui si cerca di modificare la struttura e farla virare verso altri pensieri…è di base lo stesso meccanismo visto sopra, con però un focus più sul processo di pensiero che sulla situazione…è anche più vicino alla DSE. Ricordo che invece la DSE se vogliamo usare una terminologia simile a questa, si focalizza sulla “cognitività” del processo di pensiero (ricerca delle frasi) e poi a livello terapeutico opera NON sulla sostituzione delle associazioni, ma sulla desensibilizzazione rapida del ciclo dell’emozione. Ciò che in PCC viene ottenuto in un anno e circa 4.000 euro di terapia (70 euro alla settimana) in DSE si può ottenere se il processo di pensiero è correttamente individuato, in 30 minuti.) Quando sono combinate nella PCC (nota: Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale) queste due forme di trattamento diventano un potente strumento per risolvere in tempi brevi forti disagi psicologici. (Nota di E.C: per la psicologia un anno di terapia sono tempi brevi, ed è vero dal loro punto di vista. Per la DSE sono tempi lunghissimi.)

PENSIERO POSITIVO E DSE

Pensiero positivo: quando funziona e quando no…..e perché. Una delle obiezioni più comuni all’uso della DSE è il timore che la ripetizione di concetti ed emozioni negative sia deleteria ed allontani il miglioramento invece di avvicinarlo. Sapete che ho più volte rassicurato che così non è. Lo ribadisco e spiego ancora una volta, ma solo per introdurre l’argomento del titolo, che verte sul “pensiero positivo”. Come sapete, l’obiettivo della DSE è lo scaricamento delle CMS. E’ bene ribadirlo. Infatti cosa avviene nella realtà? Avviene che una persona sta “male” o almeno non sta al meglio. Questo, in DSE, significa che una CMS è attiva e sta disturbando. Questo significa che la persona non sta in quel momento “bene”. L’obiettivo della DSE è quello di scaricare l’energia della CMS per POI sentirsi meglio, molto meglio. Vale a dire che alla fine del processo la persona che applica la DSE va a stare, per dirla come dicono quelli che parlano di energie, su una vibrazione migliore e più alta di prima. Quindi dalla situazione di partenza a quella di arrivo abbiamo, se la CMS è agganciata, un netto innalzamento del livello vibrazionale/energetico. Va quindi tenuto presente che l’obiettivo della DSE non è “restare” in mezzo alle CMS, ma uscirne quando ci si è in mezzo. Ed è una bella differenza. Ma veniamo al pensiero positivo. Tutti sono convinti direi d’istinto, che “pensare positivo” va bene, anzi benissimo. E sapete, lo penso anch’io……ma purtroppo non funziona così bene come sembra…. Se leggete i libri come “the secret” , “la legge di attrazione” etc etc, vi sembrerà così facile….Beh, che ci vuole? Si pensa positivo e tutto si risolve. Ma poi all’atto pratico, quanto ci riescono? Pochissimi. E c’è una ragione ben precisa per questo. Il pensiero, dovreste averlo ben assimilato conoscendo i principi della DSE, non è dato solo dal “concetto” che si esprime, ma dall’energia che il concetto di porta “dentro”. Infatti io posso dire: “mi sento benissimo e va tutto bene”, oppure “sono in armonia con l’intero universo” e non “sentire” assolutamente la corrispondenza con il mio stato d’animo interiore. Questo avviene ovviamente perché sotto il livello della coscienza ci sono CMS che dicono e soprattutto “energizzano” cose opposte. E così chi prova il pensiero positivo, avverte una forte frustrazione, un senso di falsità interna, perché sente chiaramente la differenza enorme tra come si sente e ciò che sta dicendo. La ragione dell’inefficienza del pensiero positivo è tutta qui. Non è che il pensiero positivo non funzioni….è che funziona quando siamo a livello energetico “vicini” a quello che la frase esprime. Perché un pensiero positivo produca effetti positivi occorre ciò che esso esprime, trovi corrispondenza con il livello energetico della persona in quel momento. In realtà avviene come in DSE, ma al contrario. Mentre in DSE si aggancia la CMS e questa nei primi attimi dell’aggancio fa sentire ancora di più il suo livello energetico, abbassandolo ulteriormente, per qualche attimo, ( il picco della CMS) nel pensiero positivo avviene che l’innalzamento avverrà se tra la frase pensata e ripetuta e lo stato interiore c’è altrettanta similitudine. Se quindi saremo vicini davvero a pensare che “va tutto bene” allora il pensarlo volutamente farà da traino ed innalzerà ulteriormente il tono. Ma se il nostro stato d’animo è molto lontano…..l’aggancio del pensiero positivo non avverrà. Ecco quindi che il “passare” attraverso le CMS, ci consente di scrollarci di dosso quell’energia così pesante e bassa (che senza applicazione di DSE avremmo comunque e ci terremmo) e ad arrivare ad uno stato molto più alto e molto più vicino al “pensiero positivo”. In sostanza l’usare la DSE correttamente aiuta ad ottenere molto di più dal pensiero positivo.

sabato 20 luglio 2013

DSE - LA DSE NON E' PSICOANALISI

Pur avendo tratti in con molte cose che riguardano la psiche e il modo per curarla la DSE ha sue specificità che la differenzia da molti altri approcci. Qui tratto del suo confronto con la psicoanalisi. Nel senso comune la Psicoanalisi è la metodica ideata da Freud, che prevede un terapista e un paziente. In questo non c’è attinenza con la DSE che non ha un terapeuta, essendo ognuno il terapeuta di se stesso. Ma c’è di più. Nel rapporto psicanalitico il paziente parla con il terapeuta della sua vita, racconta i suoi problemi e il terapeuta ascolta e fa “calcoli” su dove possa essere il “vero” problema e cerca di portare lì il paziente. Tale approccio se si volesse forzare la similitudine con la DSE, può essere definito come DSE indiretta o traslata o di alto livello. Uso questi termini in questo senso: - traslata attraverso la psicoanalisi si porta il paziente ad entrare in contatto con le sue aree problematiche e una volta agganciate le si analizza e le si discute per molto tempo e in differenti sedute così da ottenere, analogamente alla DSE, una ripetizione del problema un numero tale di volte che alla fine quel tipo di problema può “scaricarsi” dell’energia dolorosa contenuta in esso. - indiretta proprio perché se ne parla come di un problema della personalità lo si affronta in modo indiretto. Per esempio se alla base di un’ansia c’è un comando sub-conscio che vieta di fare delle cose, la psicoanalisi si sforzerà di analizzare il rapporto del paziente con la figura genitoriale repressiva, tipicamente il padre, ma non sempre, e non accederà mai al contenuto autentico del comando. Es: ah, mio padre mi sgridava sempre, mi diceva non fare questo non fare quello, e io lo odiavo…ecc, indirettamente, il paziente, tornando in modo”indiretto” su quel l’aspetto del problema, lentamente lo scaricherà. Molto lentamente. - di alto livello analogamente a quanto sopra, si può dire che la psicoanalisi lavora ad alto livello mentre la DSE lavora a basso livello. Esempio precedente: il paziente si lamenterà del comportamento del padre e così facendo attiverà anche complessi mentali di colpa per essere lì a criticare una figura che gli ha dato la vita che lo ha protetto, cibato, istruito ecc. Lavorerà quindi ad alto livello infrapponendo tra sé e il problema una massa rilevante di materiale psichico che filtrerà e frenerà di molto lo sforzo del terapeuta. La DSE invece, non si preoccupa per continuare con l’esempio, di come il padre si sia comportato, cosa abbia fatto e come. Ciò che conta è COSA è rimasto nella testa del praticante quando vuol fare una cosa, e un pensiero interno lo ostacola dicendogli “questo non si fa!”; e’ in quel momento che entra in azione l’applicazione della DSE, operando direttamente, a basso livello sul comando mentale. Si può dire quindi che la DSE non si occupa di rapporti interpersonali, di relazioni, ma di energie da liberare. Ecco perché è definita così. Deprogrammazione= processo di “cancellazione" di un programma della mente obbligatorio e non voluto. Semantico= processo legato all'uso di parole che hanno un contenuto energetico disturbante Energetica= perché con la metodologia DSE si attua lo scaricamento energetico delle emozioni perturbanti.

DSE E CURA DELLA DEPRESSIONE

Cosa è la depressione? La depressione è una convinzione mentale radicata di non avere vie d’uscita. Ci si ritrova in uno stato psichico con una sempre diminuita voglia di vivere: la vita non ha più senso, è considerata orribile, non degna di essere vissuta; spesso è alle porte anche un desiderio di suicidio, visto dal depresso come unica via di uscita dal suo stato di sofferenza. La depressione è una convinzione mentale radicata di non avere vie d’uscita. Chi vive una sofferenza mentale di questo tipo, così come quella fisica, sta sperimentando un impoverimento della sua qualità della vita; ciò in concreto significa un abbassamento del tono di vita in generale e quindi un avvicinamento alla condizione di non sopravvivenza; tale condizione per giunta continua ad autoalimentarsi a livello mentale, spingendo così la persona verso una situazione sempre peggiore. La persona depressa inizialmente vive una sensazione di preclusione delle sue personali aspettative sulla vita, dopo di che incomincia ad avere un radicamento nella propria mente della convinzione che le precedenti aspettative non possano più essere ripristinate, e quindi ecco l’affioramento della depressione come inaccettabilità della nuova situazione esistenziale; a questo punto entra in azione la spirale discendente alimentata dalla consapevolezza del suo stato di sofferenza da cui non riesce ad uscire, portandolo quindi ad essere depresso per essere depresso e ad essere depresso per i disturbi fisici e mentali che questo stato emotivo comporta. Questo è ciò che porta alla depressione: la (percepita) mancanza di soluzioni. Fino a quando la persona SA che non ha vie d’uscita, allora siamo nella depressione cosiddetta “reattiva”, cioè una situazione di depressione con causa evidente (esempio un lutto, una malattia inguaribile) ma quando la “ragione” passa nel subconscio e poi nell’inconscio, allora si “cronicizza” e diventa “sistemica”. Dal punto di vista della Deprogrammazione Semantico Energetica (DSE ) però, si ragiona in un altro modo…e cioè: qual è la Carica Mentale Subconscia (CMS) che mi fa sentire così “giù”? Eh, ce ne sono tantissime che possono provocare questo…Vediamole un po’. - “non ne uscirò mai” - “è tutto inutile” - “non ha alcun senso” - “ la vita non ha senso” - “rimarrò solo/sola” - “qualsiasi cosa faccia, non cambierà nulla” - “non c’è speranza” - “è tutto finito” - “non tornerà più” - “l’ho perso/a per sempre” - “sarai sempre schiavo/a” - “la mia/tua vita è finita” - “è impossibile uscirne” - “è impossibile” - “è inutile combattere” - “da qui non uscirai mai più” - “sei in trappola” - “hai perso l’occasione” - “sei depresso/a” - “non si può guarire” - “è incurabile” - “ è finita” - “è meglio morire” - “dalla depressione non si esce” - “non c’è niente da fare” Tutti i pensieri/frasi che hanno in sé una nota di “impossibilità o “ineluttabilità” portano o possono portare alla depressione. Nel caso della paura ad esempio, c’è una soluzione che è la fuga, oppure l’ignorare il problema, oppure evitarlo. Nella rabbia c’è l’affrontare il problema. Nella depressione invece c’è di fondo, l’impossibilità, l’inevitabilità, la non azione. Quando si è depressi non si è agitati, perché la depressione è la resa senza condizioni…nella depressione non c’è contrazione muscolare, movimento, dinamismo….c’è la resa della mente e del corpo e quindi le parole, le frasi, i pensieri che “guidano” sono semantiche (CMS) che hanno al loro interno questa emozione di “impossibilità”. La DSE, grazie alla tecnica di scaricamento insita nel metodo, permette di agganciare queste CMS e scaricarle…quando ciò avviene è facile che si liberi del pianto che è l’emozione espressiva della depressione, o per essere più precisi dell’emozione più vicina alla depressione ma un poco più alta…..Scaricare i nuclei di CMS depressive induce grandi miglioramenti nello stato generale…la prima sensazione è quella di risveglio della speranza, della speranza che le cose possano tornare a cambiare, a migliorare….lo spirito si rialza…. quando l’energia di dolore si libera, la spinta vitale si riaccende. Liberarsi di CMS depressive genera una vera e propria rinascita alla vita.

NELLA DSE NON E' NECESSARIO RACCONTARE I FATTI PROPRI

Nella quasi totalità delle procedure psicoterapeutiche si approccia il rapporto con la convinzione che occorra conoscere e far raccontare il vissuto delle esperienze del paziente. Si è fermamente convinti che non può esserci alcun miglioramento se il paziente non porta in superficie e racconta tutto ciò che di negativo gli è capitato. Questo aspetto della terapia può essere un forte ostacolo ad avviare un rapporto con l’analista. Molte persone non vogliono raccontare i fatti propri ad un estraneo, dovendolo per giunta pagare profumatamente. In DSE non c’è nulla di tutto questo. Anzi è (quasi) l’opposto. Innanzitutto è una terapia, o meglio una meditazione, che si fa da soli, senza dover dire nulla a nessuno. Secondariamente raccontare ciò che è successo è addirittura dannoso: rallenta la terapia. C’è un caso, un solo caso in cui nella DSE si ha un rapporto con una persona all’esterno, ed è quando si è a digiuno totale di cosa sia la DSE ed occorre qualcuno che guidi nei primi approcci per far correttamente capire come essa funzioni. In verità anche questo non è sempre necessario…. ci sono persone che anche senza aver avuto un rapporto diretto con il coach o qualcun altro che ne svolgesse la funzione , hanno potuto avviare la DSE e stanno andando avanti benissimo da soli. Ma, anche nel caso in cui si dovesse rendere necessario un supporto esterno da parte del coach o di un praticante già più avanti, non è assolutamente necessario raccontare dettagli e particolari circa le ragioni della propria sofferenza e del proprio disagio. La DSE, come ampiamente ripetuto in altre occasioni, non si occupa di “capire” cosa è successo, ma solamente di “agganciare” la sofferenza (la CMS, Carica Mentale Subconscia) e scaricarla secondo le regole della tecnica. Quindi anche in caso di supporto da parte di un coach, il praticante-coachee che si fa aiutare, potrà limitarsi a dire l'emozione che sta vivendo in quel momento, ad esempio: sento rabbia, forte rabbia… ecc... e il coach si limiterà ad aiutarlo a scaricarla, senza sapere a cosa è rivolta. E la stessa cosa sarà per l’ansia, l’angoscia e cosi via. Quindi c’è anche questo vantaggio. Si può chiedere aiuto senza raccontare i fatti propri.

venerdì 19 luglio 2013

IL PRIMO PASSO VERSO LA CONOSCENZA DI SE

Il prerequisito dell’applicazione della DSE è, come per tutte le tecniche autogestite, quali il controllo del respiro, l’auto analisi, la pulitura dei chakra ecc, è la dissociazione. Per diventare terapeuti di sé stessi, occorre dapprima identificare un proprio sé/io che sia scisso dai processi mentali di cui vogliamo liberarci. Lungi da essere un autoinganno, questa “dissociazione” è invece un primo passo verso una più autentica conoscenza di se stessi, ma le resistenze che la mente fa a questo concetto sono notevoli. Perché? Perché fin dai primi anni della nostra vita ci è stato insegnato ad “identificarci” con tutto ciò che fa capo a quello che noi chiamiamo “io”. Se ad esempio ci guardiamo allo specchio, diciamo senza alcun dubbio “sono io” e non diciamo certo “ quello è il mio corpo”. Ma se ci riflettiamo un attimo e pensiamo a quando ci guardavamo allo specchio a 10 anni e a quando ci guardiamo allo specchio oggi, dire che ciò che lo specchio riflette è lo stesso “sono io” di allora ci riuscirebbe un po’ difficile da sostenere, almeno senza aggiungere “oggi”. In verità quell’io di allora non ha più nulla in comune con l’io di oggi. Oltre all’aspetto, anche le cellule sono cambiate e sono tutte le pronipoti di quelle di allora, quindi anche biologicamente siamo qualcosa di diverso. La parola “io” che usiamo indifferentemente per le due immagini è se ci si pensa, per lo meno una forzatura. In realtà quella “entità” che dice “io” a distanza di decenni, è in effetti una costante che fa “l’errore” di attribuire identità ed uguaglianza a due corpi che non lo sono affatto. Di fatto proietta la sua percezione di “continuare ad esserci” su una realtà materiale molto differente. La stessa cosa che vale per il corpo, vale per la mente. I nostri pensieri, le nostre opinioni, la nostra conoscenza, le nostre emozioni cambiano radicalmente dai nostri 10 anni ai nostri 20-30-40-50-60 ecc. anni, ma noi, come per lo specchio, proiettiamo l’idea di un “io” costante su idee, emozioni, valori, opinioni che sono completamente cambiate. In realtà, e se ci si pensa risulta evidente, ciò che permane nel tempo è quell’entità che “osserva” il mondo della materia e dei pensieri e che continua a fare l’errore di considerare “io” quel materiale della mente e del corpo, perché sente la necessità di dare “consistenza” al proprio “esserci”, al proprio “osservare”. Se io mi trovo ad osservare che una parte dei miei comportamenti e delle mie reazioni sono sgradevoli e non li condivido, è evidente che questi stessi operino fuori dal mio controllo e contro la mia volontà. Se così è, ed è così, come faccio a dire che sono “io”? Sarebbe come dire che se mi viene la varicella o l’influenza, “io” sono la varicella o l’influenza! Sembra ridicolo ma è proprio ciò che comunemente facciamo. Perché quindi la dissociazione è così importante? Per due ragioni. La prima è che è un passo verso la verità. La seconda è di natura “tecnica”. Se usando la DSE si entra in un’esperienza per esempio di rabbia, che è un emozione molto sequestratrice della volontà e tende a “tagliar fuori” la coscienza e l’autocontrollo in modo perentorio, SAPERE e CREDERE che quell’emozione è un corpo estraneo e parassita della mente (e che quindi NON la condividiamo), consente in ogni momento di interrompere l’identificazione e la condivisione di quella rabbia e con ciò riuscire a vederla ANCHE come osservatore distaccato, nello stesso modo in cui vedete sul termometro salire la febbre quando si ha l’influenza. La si sente, la si soffre, la si misura, ma non si “è” la febbre. Così come la febbre la si lascia sfogare, allo stesso modo si può lasciare che la rabbia si manifesti nella mente, tenendola sotto controllo (ad esempio se vi viene voglia di spaccare tutto potete immaginare di farlo ma non fatelo! E’ molto costoso…come minimo. Al limite lanciate qualche cuscino che è innocuo…) Per terminare e sintetizzare, la dissociazione è giusta, vera e necessaria per aver la forza di entrare nel “problema” e gestirlo con la DSE. Senza questa convinzione maturata sinceramente è meglio non procedere, soprattutto su cose molto coinvolgenti