una potente, rapida e semplice tecnica mentale per migliorare se stessi. Da soli.
domenica 24 novembre 2013
CONOSCERE GLI ALTRI
Si dice che ciò che non ci piace degli altri è ciò che non ci piace di noi... non è del tutto vero o meglio ... può essere vero in parte...anzi quasi sempre lo è. E' molto più vero invece che le cose che non ci piacciono degli altri sono cose che già non ci piacciono a priori. Se ad esempio una persona è sgarbata e noi non lo siamo, proviamo antipatia per questa persona....E' un infinito gioco di segnali e risposte, tali prese di posizione sono limitate nel tempo e nel rapporto perchè nel corso della vita si cambiano idee e comportamenti e quello che prima amavamo alla follia poi lo detestiamo e viceversa. Tenere presente cioè che le nostre preferenze ed antipatie sono legate ad un momento della storia della nostra vita è assai utile per prendersi la pazienza e la cautela nel prendere posizione ed attendere almeno di conoscere in profondità l'altro, prima di propendere. Inoltre, e questa è forse la verità più vera, tanti comportamenti che non gradiamo sono dovute a nostre errate conclusioni sulle motivazioni del prossimo. Ecco, può aiutare chiederci se quando giudichiamo i comportamenti altrui sappiamo il perchè VERO di questi comportamenti. Perchè a volte ci dimentichiamo che dietro a certi comportamenti, a tanti modi di essere c'è essenzialmente una sofferenza, e quando scopriamo questo cambia il nostro modo di valutare la cosa. Dobbiamo ricordarci che tutti noi abbiamo le nostre CMS (cariche mentali subconsce), e quasi sempre non le conosciamo. Conoscere come funziona la nostra mente, apprendere i suoi processi di pensiero è importante non solo per noi stessi ma anche per conoscere meglio gli altri ed avere un giusto rapporto con loro.
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venerdì 15 novembre 2013
REPRIMERSI
La repressione è un atto comunemente attuato da noi tutti e meno male che è così. Da un punto di vista della dinamica del pensiero la repressione è una forza-pensiero che contrasta ed inibisce un'altra forza pensiero, Da un punto di vista DSE, abbiamo due CMS che si contrappongono, dando di fatto una situazione di stallo. Questa situazione di stallo è causa di sofferenza, perchè la mente non è in pace, in equilibrio. Ma se si "demonizza" la repressione come concetto assoluto, si rischia di fare confusione. Anche una persona tendenzialmente violenta, o peggio omicida, fa "repressione" su di sè, come anche noi la facciamo quando magari vorremmo esternare la nostra rabbia o paura e invece la controlliamo....e meno male! Tuttavia una situazione "costante" di repressione non è una via di liberazione ,ma di sofferenza. Ma se la risposta è di eliminare le istanze repressive e basta, si rischia di cadere dalla padella nella brace. La vera via alla liberazione mentale consiste nella liberazione dalla repressione e dalla pulsione che la repressione combatte...ENTRAMBE le CMS vanno superate e rese inoffensive. Se non c'è più pulsione, non c'è alcun bisogno della repressione. Se "risolvo" le mie tendenze omicide, non avrò più bisogno di reprimerle...se supero la mia insoddisfazione, magari legata a futili motivi, non dovrò più reprimerla con l'autocontrollo...si esce così dal dualismo che è la vera struttura di cui si nutre la repressione.
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martedì 12 novembre 2013
IL NUOVO IO
[…] Ti rendi conto quindi che quello che prima chiamavi “io” era in effetti una serie complessa ed articolata di pensieri che ti sei trovato lì, accatastati uno dopo l’altro e che li hai presi per tuoi anche se in effetti non è che poi ti piacessero tanto…..Ma ora sperimenti che c’è un nuovo “io” che non sapevi di avere e che è quello che riesce ad osservare tutto questo. Non solo, ma anche ha in testa un’altra idea di “io” che gli piacerebbe essere.
[…] Questo nuovo io in gestazione “sa” che per poter emergere, tutto il vecchio materiale che ancora condiziona ed appesantisce, deve essere tolto di mezzo, spazzato via. Questo nuovo io ha capito che le paure, le convinzioni assolute, le ansie, le rabbie…tutto questo ciarpame mentale va ripulito per lasciare emergere ed agire il nuovo io.
Ma questo nuovo io si trova di fronte ad un nuovo problema: il vecchio io non se ne vuole proprio andare…..non vuole rinunciare ai suoi vecchi schemi di funzionamento….accade ancora che anche se il nuovo io sa molto bene che la corretta reazione per quella situazione non è deprimersi, arrabbiarsi, spaventarsi, non di meno lui continua a deprimersi, arrabbiarsi e spaventarsi e scopre che quello che prima lui riteneva essere legittimamente il “suo” modo di reagire, oggi scopre che ci sono parassiti nella sua mente che lo obbligano a comportarsi come più non vuole fare, e più non vuole essere…Gran parte dei suoi comportamenti non sono “suoi” ma sono agiti dalla sua mente a prescindere dalla sua volontà (dice S.Paolo nella lettera ai Romani cap 7:14-17: “Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me"
Questa che è chiamata “carne” nelle parole di S.Paolo è proprio quel dominio della mente di cui non ci si riesce a liberarsi nemmeno dopo che la si è scoperta. Sono processi automatici che si avviano e che ci fanno comportare come burattini governati da fili invisibili…
Ora pare che la nuova situazione sia peggiore di quella precedente….Ora si sa che certi comportamenti sono sbagliati e non li si vuole più, ma non di meno sono ancora presenti e ci disturbano più di prima perché prima li consideravamo come scelti da noi e quindi erano ben accetti, mentre ora la loro sola presenza ci irrita e ci indispettisce ancora di più. La sensazione lucida e incisa nella carne che non siamo liberi nemmeno dentro la nostra testa è davvero frustrante.
In questa situazione nasce spontanea la domanda: e adesso come faccio?
[...] Avevo già letto parecchio sui metodi di cambiamento personale: dalla psicoanalisi al training autogeno, dal Rebirthing al Kriya Yoga, spaziando con una certa voracità e anche confusione, da una cosa all’altra.
Nel frattempo, avevo cominciato a scoprire alcune cose per conto mio sul funzionamento della mente che furono i primi mattoni del metodo che questo libro illustra.
Avevo scoperto che quando mi fissavo su un pensiero e lo stesso non mi piaceva, lui persistentemente e insopportabilmente, continuava a martellarmi nella testa, dandomi anche una frustrante sensazione di impotenza. Ma, se lo prendevo in carico di mia volontà e cominciavo a farlo “girare” nella testa con l’intenzione appunto di “farlo girare”,…….alla fine “lui” si stancava e….puff, se ne andava…
La cosa era davvero curiosa….sembrava proprio un piccolo demone….fino a quando non lo volevo, stava lì, indistruttibile….quando avevo deciso di dargli spazio, di farlo entrare dalla porta principale del mio conscio, un po’ come aprirgli la porta di casa, all’inizio si espandeva e prendeva ancora più spazio, ma poi, più gliene davo, meno gli piaceva….ci trovava sempre meno gusto…e alla fine si stancava e si….spegneva.
Cominciai a studiare questo meccanismo e scoprivo che continuava a funzionare per più pensieri, sistematicamente, e quindi cominciai ad usare questo metodo per tutte le cose che non mi piacevano girassero per la testa…..Non sempre funzionava…..ma molto spesso sì…e capiì anche successivamente perché non funzionava quando non funzionava.
Avevo così trovato un metodo, un approccio per mettere sotto controllo certi impulsi della mente e certi pensieri poco costruttivi.
Nel corso degli anni molte cose di questo meccanismo mi si sono chiarite nella testa e sistematizzandole anche con l’integrazione di altri approcci, ho elaborato questo nuovo metodo al cambiamento personale che ora presento in modo organico e formalizzato ai lettori: la Deprogrammazione Semantico Energetica (DSE).
Tratto da “DSE – Deprogrammazione Semantico Energetica”
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domenica 10 novembre 2013
LA REALTÀ INESISTENTE
Come è strutturato il pensiero? Come funziona davvero? Beh, prima di tutto c’è da sottolineare che i pensieri sono di due tipi, o, per meglio dire, si “esprimono” con due differenti modalità: la modalità conscia e quella inconscia.
Cosa differenzia le due modalità? Sostanzialmente una sola cosa. Il pensiero conscio viene formulato con la volontà cosciente della persona. Ella sa che lo sta pensando e sa esattamente cosa sta pensando.
Il pensiero inconscio o subconscio è invece “pensato” senza che esista una precisa e cosciente volontà a farlo, ma è pensato ad un livello inferiore, dove l’attivazione dei pensieri è, in una misura più o meno considerevole, effettuata automaticamente.
Questo non significa che certi pensieri sono consci od inconsci, nel senso che può avvenire che pensieri dapprima consci diventino successivamente inconsci e viceversa, pensieri inconsci divengano consci.
Ora, in buona sostanza, possiamo dire che tutti i problemi vengano dai pensieri subconsci ed inconsci. Questo non significa che non si possano avere pensieri “consci” sbagliati, certo che sì, ma quando un pensiero è conscio, è completamente sotto il controllo della volontà e può essere facilmente avviato, cambiato, e soprattutto, fermato.
Quello che invece è molto più difficile fare é fermare e cambiare i pensieri subconsci, perché i meccanismi che li avviano, sono pressoché completamente sconosciuti.
Tutta la psicologia di fatto, cerca di portare a livello di conscio i pensieri subconsci, per permettere alla persona di riconoscerli, modificarli, cancellarli e quindi cambiare il proprio sentire e modo di vivere
C’è però un nesso strettissimo tra pensieri consci e subconsci. Gli uni attivano gli altri in un continuo interscambio. Se ad esempio riceviamo un torto, ci arrabbieremo per il torto subito. A livello conscio avremo un pensiero che dirà più o meno: quello ha fatto così e così e questo non è giusto e non lo accetto. Questo fa nascere una rabbia o un risentimento che sentiamo come emozione. Ma questa rabbia e/o risentimento non è lo stesso “pensiero” che ha innescato la rabbia, ma il suo “motore” alimentante. Ognuno ha il suo “motore” della rabbia, filtrato dall’educazione, dalla cautela, dal rispetto per il prossimo, ecc... a seconda di questi filtri l’emozione inerente al fatto accaduto verrà argomentate in modo diverso. Detto per inciso tale modalità di gestione delle emozioni è poco efficace per la risoluzione di stati d’animo negativi, proprio perché eccessivamente filtrata e repressa rispetto al “motore” originale.
Il punto è che esistono due livelli del funzionamento della mente e i veri responsabili dei comportamenti incontrollati sono proprio quelli subconsci.
Il movimento di questi pensieri è vorticoso ed inesplorato…..si susseguono senza interruzione, “attivati “ in continuazione da ciò che accade “fuori”, e ci fanno fare tutte quelle cose che non riusciamo ad eliminare o a mettere sotto il nostro controllo.
Riuscire a mettere sotto controllo e soprattutto portare allo scoperto, alla visione della coscienza, questi movimenti della mente subconscia, giungere ad avere una padronanza sui propri flussi mentali mi è progressivamente diventato sempre più chiaro, era l’obiettivo da perseguire.
Scoprii così che in verità abbiamo una serie di cose che ci manovrano in svariati modi, spingendoci a desiderare cose, persone, situazioni e ad avversarne altre, e tutte queste cose ci guidano in modo non molto differente dai fili che animano le marionette. E così molte delle cose che pensavo “mie” perché io le sperimentavo come originanti da me, erano in realtà provenienti da varie fonti, ma non da me scelte, o meglio non scelte coscientemente.
Era così chiaro che la mente…..mente. Ti fa credere tue, cose che non sono tue. Era nato in me il “grande sospetto” e cioè che quello che mi passava per la testa era molto poco attendibile. Era nata in me la dissociazione preventiva.
Un’altra cosa era oramai chiara. Insoddisfazione e soddisfazione erano determinati al 100% dalla mia aprioristica scelta valoriale. Era cioè completamente dipendente da ciò che io decidevo essere “positivo” o “negativo”, “buono“ o “cattivo”, “preferibile” o “non preferibile” e così via. E in effetti se fossi stato capace di cambiare queste classificazioni di valore avrei potuto, a seconda delle scelte fatte, fare della mia vita un paradiso o un inferno, pur restando “fuori” tutto esattamente come prima. E questo mi condusse ad un ulteriore conclusione: la realtà esistenziale, che avevo data per oggettiva, era completamente soggettiva, completamente.
1.7 - la mente impermanente
Nel frattempo avevo studiato un po’ i principi del buddhismo e le cose cominciavano a quadrare: loro dicono che tutta la sofferenza dipende dal desiderio, ed in effetti era quello che anch’io avevo scoperto. Il preferire e l’avversare, il piacere e il dispiacere, il bene e il male, il buono e il cattivo, erano tutti desideri. Desideri di avvicinare quello che consideravo “bene” e desiderio di allontanare quello che consideravo “male”. E a ben vedere, tutto quello che era troppo lontano da raggiungere ma che desideravo, era fonte di sofferenza, e allo stesso modo, tutto ciò che desideravo evitare e che viceversa si avvicinava, era fonte di dolore anch’esso.
Ma, allo stesso modo, era pur vero che tali classificazioni erano non di meno cambiabili! Non era mica obbligatorio continuare a desiderare ed avversare le stesse cose. Ma se questo era vero, era anche vero che di fisso, stabile, sicuro e certo, nella mente non c’era nulla!
Ma se ciò che è oggettivo non lo è. Se ogni concetto è mutevole cosa c’è di stabile? Negli anni ‘70 andavano di moda i blue jeans a zampa d’elefante, capelli lunghi, scarpe a punta tonda e colletti di camicia di stile ottocento. Negli anni ’80 andavano le giacche con le spalline e i capelli cotonati, negli anni ’90 era di nuovo cambiato tutto…e…invariabilmente, tutte queste diverse cose erano considerate belle e desiderabili. Se il nostro concetto di bello non riesce a reggere più di 10 anni, come può essere preso sul serio?
I gusti cambiano e così le inclinazioni degli uomini. Che riguardi l’abbigliamento o l’architettura, i mezzi di trasporto o il modo di fare vacanze; il modo di studiare o i lavori considerati più “in” nulla è stabile. Ma se nulla è stabile, né i gusti, né famiglia, né i matrimoni, né gli affetti, cosa c’è di “vero” nella vita? Di incontrovertibile?
E se tutto dipende, ed è così, dai punti di vista, qual’é la Realtà?
Una cosa è più che certa….che nel campo puramente mentale, quello dei pensieri, stiamo dormendo della grossa, quando riteniamo che quello che pensiamo sia la realtà delle cose.
Le idee, i gusti, gli affetti, i ragionamenti, le priorità cambiano, tutto cambia. Cosa rimane allora del “nostro” mondo? Cosa rimane di costante, stabile, immutabile? Una cosa c’è. E sei tu che osservi tutto ciò. Tu che osservi te stesso che cambi idee, gusti, ragionamenti, vestiti, casa, affetti, posto in cui vivi…..Tu che osservi sei sempre lo stesso…osservi le tue paure e i tuoi atti coraggiosi, le tue scelte e le tue non scelte…. Tu sei quella unità di consapevolezza che può mettersi a distanza dalle cose che ti accadono, come se la cosa non ti riguardasse…..
Quando comprendi che non sei i tuoi pensieri, quando comprendi che ciò che pensi lo puoi cambiare, che ciò che ti condiziona e ti fa fare cose che non ti piacciono, non sei tu ma solo qualcosa che come un virus molesto agisce dentro di te contro la tua volontà….Quando ti rendi conto che la tua mente non sei tu, ma uno strumento a tua disposizione come le tue braccia e le tue gambe, allora scopri che c’è questa cosa, la coscienza, che è sempre lì a farti rendere conto di ciò che succede….E quando questo lo scopri, lo sperimenti, lo individui, hai cominciato il risveglio, hai cominciato il distacco dalla tua mente…l’osservatore si è svegliato e non può più riaddormentarsi, perché sa.
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sabato 9 novembre 2013
LA MENTE BUGIARDA
Quando ero ragazzo, pur essendo di fatto abbastanza brillante, sia in compagnia che a scuola, di norma aperto e socievole, con discreti risultati nello studio e nello sport, avevo un problema di base che mi disturbava molto, e che era per me un peso notevole: ero terribilmente emotivo e mi spaventavo facilmente, troppo facilmente. Il tasso di emotività, soprattutto quando messo al centro di situazioni in cui avevo gli occhi puntati contro, diventava parossistico, bloccante.
Sono sempre stato un tipo indagativo e quindi, come un qualsiasi bambino di tre anni, avevo la domanda incorporata: perché? Perché mi succede? Era vero, succedeva anche a molti altri, ma ad altri ancora non succedeva affatto! Perché questa differenza? Non mi sono mai piaciute le risposte facili che ci si dava e ancora ci si da’: è il suo carattere! Carattere un corno! Anche perché vedevo che in misura differente anche quelli più calmi avevano qualche problemino con l’emotività, ma erano appunto problemini, non come il mio! Questo mi fece capire abbastanza presto che vi era una variabilità reattiva nel comportamento delle persone, anche se di fatto le similitudini erano tante. Sono partito da questo: perché non sono come “loro”?
Era chiaro che c’erano delle differenze soggettive tra le persone che si trasformavano in comportamenti differenti. Cominciai a fare ricerca sui libri e cominciai con Freud e “Introduzione alla psicoanalisi”. Assimilai che le esperienze pregresse erano la causa di queste differenze, ma….a me il problema rimaneva e in effetti non mi era chiaro cosa potesse provocare il cambiamento, visto che anche avendo compreso (mi sembrava) il meccanismo, non mi era cambiato nulla. Era quindi chiaro che ognuno aveva il suo modo di reagire che c’erano delle pulsioni nel subconscio….ma a conti fatti ero ancora lì.
Cosa c’era in me che non andava?
Freud era stato solo il primo, poi cominciai a leggere di tutto, da Fromm a Jung, passando per la Bibbia ( anche lì sì parla ed a lungo di felicità ed infelicità per cui qualche attinenza ci doveva essere), il training autogeno, la dinamica mentale etc., ed infine approdai alla filosofia buddista.
Fu una rivelazione.
Ero oramai uno studente universitario e la mente aveva imparato ad essere più flessibile e speculativa. Capii che sotto certi comportamenti c’erano indubbiamente dei movimenti subconsci compulsivi/obbligatori, che mi obbligavano a comportarmi in modo che odiavo…ma fino ad allora non avevo “capito” davvero. Ma un giorno accadde qualcosa che mi portò a “vedere”. Giunse il momento della vera “comprensione”, che mai avevo fino ad allora avuto.
Scoprii la “natura” del pensiero.
Come avvenne?
A me successe che stavo ragionando intorno ad un concetto inerente non ricordo quale questione e, comunque pensassi, non trovavo la soluzione ed avvertivo tutta la tensione nel cercarla, poi di colpo, il distacco dalla questione….cioè io cercavo la soluzione all’interno delle opzioni che la mente mi stava dando, ma nessuna di queste era in grado di portarmi alla soluzione…poi, per un microsecondo, osservai la mia mente che si arrovellava nella ricerca della soluzione…….e sentii il sollievo, immediato…vidi così, di striscio, quasi come un’ombra di pensiero, che il problema non era all’interno di quello che stavo pensando e dove teoricamente dovevo cercare la soluzione, ma era proprio quel “cercare la soluzione” la causa del problema! Capii cioè una cosa davvero fondamentale e non solo per me ma per tutti: il problema, i problemi, i conflitti, il dolore e tutte queste cose, non sono “oggettivi”, non esistono nella realtà, ma esistono solo nella mente!
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venerdì 8 novembre 2013
IL DOLORE PUO' ANCHE ANNIENTARE
Il dolore può anche annientare...ci sono cose nella vita che possono essere davvero insopportabili...lunghe malattie invalidanti, incidenti che ti portano via la gioventù e la voglia di vivere...figli perduti...drammi che la maggior parte di noi non ha avuto la sfortuna di incontrare..... e io, personalmente, non mi sento certo di criticare chi si arrende. Ma il punto di fondo, vero, ineludibile, incontestabile, è che il dolore è una nostra reazione a ciò che avviene...e qualsiasi sia la cosa che è avvenuta (o non avvenuta). Rimanere indefinitivamente nel dolore è alla fine una decisione nostra, seppure spesso non voluta coscientemente, ma è una nostra scelta. Alla base c'è sempre un concetto di impossibilità. "Non posso essere felice se...." "non posso essere felice se non......" "questa è troppo grossa"...e questa è ovviamente una CMS....Diffidiamo sempre delle cose e dei pensieri di ineluttabilità...sono diaboliche trappole della mente...Sfruttate la forza della DSE per deprogrammare questi pensieri, siate furbi....nessuno finora vi aveva spiegato che i pensieri hanno un loro comportamento, una loro energia e grazie a Dio, un loro punto debole.... Quindi anche le più radicali "botte" della vita, alla fine si riassumono in un pensiero doloroso, una CMS. Aggrediamola. Permanere nel dolore, contrariamente a quanto qualche sciagurata interpretazione religiosa a sfondo masochistico tende a far credere, non è di alcuna utilità nel processo di liberazione.
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giovedì 7 novembre 2013
PERCHE’ E’ NATA LA DSE
Molto presto nella mia vita (ero ancora un ragazzo al liceo) ho capito che il cambiamento del mondo, parte dal cambiamento del singolo. Capii ben presto che le cose sbagliate che le persone facevano, avrei potuto farle anch'io e senza troppa fatica anche.
Allo stesso tempo cresceva la consapevolezza che le persone sposano le idee che più assomigliano al loro essere interiore, alle loro pulsioni, alle loro virtù, ai loro difetti.
Ho cominciato così il viaggio interiore, introspettivo, doloroso, consapevolizzante.
Nel viaggio mi hanno fatto compagnia le grandi speculazioni buddiste e cristiane, filosofiche e psicologiche/psicoanalitiche.
Credo di poter dire con certezza che queste contemporanee contaminazioni e commistioni siano l'esatta cifra di quello che sono diventato.
Oggi penso che grosse fette di verità siano presenti in ogni sistema di pensiero e in ogni religione, rivelata o meno che sia; e al contempo convivono con queste verità enormi menzogne che ci portano furbescamente e sottilmente fuori strada, a causa di un solo grande colpevole: la nostra mente. Essa è il vero demonio, il vero satana che pretende di presentarsi a noi come l'unico mezzo di conoscenza. La mente che tutto comprende, tutto cataloga, tutto padroneggia tranne che una sola cosa: se stessa.
La mia vera passione, prima ancora della filosofia e della religione, è sempre stata la psicologia. Ho maturato la convinzione che psicologia, filosofia e religione sono facce diverse della stessa medaglia: l’uomo.
E’ stato chiaro abbastanza presto che i problemi sono originati tutti nella testa delle persone….bene e male, felicità ed infelicità, allegria e tristezza, pace ed ansia…tutto parte da noi…e del resto perfino Gesù diceva: è dal cuore dell’uomo che vengono gli abomini….
E quindi era questo il punto che andava affrontato, analizzato, sviscerato e risolto: la mente.
Ho quindi cercato qualcosa che mi aiutasse a migliorare me stesso….che potesse soprattutto essere uno strumento, un metodo, che potesse essere gestito in autonomia senza doversi affidare a psicoterapeuti e guru che costassero fortune e dai risultati più che dubbi.
Dalla mia ricerca, fatta sulla mia pelle, sulle mie sofferenze, è nata una tecnica, un metodo che strada facendo ha dimostrato di essere valido, efficace, di dare davvero risultati.
E da questo percorso negli anni ho codificato delle regole di funzionamento che ora metto a disposizione di chi vorrà provare ad applicarlo.
(Elitheo Carrani)
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lunedì 4 novembre 2013
SEI PADRONE DEI TUOI PENSIERI?
Vi sono due cose di fondo sul funzionamento della mente.
La prima è che la mente a volte non aiuta a risolvere i problemi, ma viceversa li crea. E non è una scoperta da poco. Il capire che il problema non è “fuori” e che la nostra mente è in grado di affrontarlo e risolverlo è una cosa, ma scoprire che é quella stessa mente, quella su cui abbiamo fondato tutta la nostra conoscenza del mondo, lo strumento che usiamo per fare e pensare ogni cosa, che ci inganna sulla natura delle cose e dei problemi, è un bel passo in avanti, ve l’assicuro.
La seconda è che c’è tutta una parte di noi che non conosciamo minimamente e su cui non abbiamo alcun controllo: il nostro subconscio.
Il prendere coscienza di questo può disorientare non poco e farci credere di essere in una situazione peggiore di prima.
Il non essere più sicuri della propria mente, di quello che pensiamo, e non essere nemmeno in grado di conoscere cosa pensiamo veramente sotto il velo della coscienza può turbarci notevolmente.
Come si può essere non più sicuri della propria mente?
Siamo sempre stati educati a pensare che la nostra capacità di ragionare sia una bussola per la vita, no?
Ed invece non è così. Dove sta il problema? Il problema sta nel fatto che come la maggior parte delle persone, pensiamo che se una cosa o una situazione ci piace, dobbiamo cercare di averla per essere felici, o almeno contenti. E se una cosa o una situazione non ci piace, dobbiamo cambiarla.
Proviamo a porci la domanda: “ma perché una cosa mi piace o non mi piace?” “Perché devo esser condizionato da tutte queste cose che mi attraggono o che rifiuto?”
Se fossimo in grado di rispondere con sincerità e di analizzare profondamente la nostra mente e soprattutto il nostro subconscio, scopriremmo che in verità vi sono una serie di cose che ci manovrano in svariati modi, spingendoci a desiderare cose, persone, situazioni e ad avversarne altre, e tutte queste cose ci guidano in modo non molto differente dai fili che animano le marionette. E così molte delle cose che pensavamo “nostre” perché da noi sperimentate come originanti da noi, sono in realtà provenienti da varie fonti, ma non da nostre scelte, o meglio non da nostre scelte consapevoli.
La mente…..mente. Ci fa credere nostre cose che nostre non sono.
venerdì 1 novembre 2013
LA CAUSA DEL DOLORE
[...] Abbiamo affermato come sia le esperienze di dolore fisico che le esperienze di dolore mentale, siano entrambe responsabili dell’insorgenza dei disturbi mentali; ciò che però è sembrato mancare è la radice comune, la genesi per così dire, che possa spiegare la causa di fondo. Cosa c’è di comune ?
Per quanto riguarda i gravi disturbi causati dagli shocks fisici violenti, essi hanno in sé un contenuto chiaro ed univoco: rappresentano un punto di alto rischio per la sopravvivenza dell’organismo della persona;
Un'ipotesi che ci ha guidato è stata la seguente: se nei casi più evidenti grande importanza è da attribuire all’alto rischio di sopravvivenza, non può darsi che lo stesso fattore sia presente anche nella sofferenza mentale per così dire “normale”?
In realtà esiste una causa comune nella genesi della sofferenza mentale.
IL LIVELLO DELLE ASPETTATIVE E LA SOFFERENZA MENTALE
Un esempio che ci può aiutare nel mettere a fuoco il problema è dato dalle depressioni psichiche. In questi stati psichici ci si ritrova sempre con una diminuita voglia di vivere: la vita non ha più senso, è considerata orribile, non degna di essere vissuta; spesso è alle porte anche un desiderio di suicidio, visto dal depresso come unica via di uscita dal suo stato di sofferenza.
In realtà gli elementi che indicano un collegamento con il concetto di sopravvivenza sono abbastanza evidenti: la sofferenza mentale, così come evidentemente quella fisica, hanno in sé connaturato l’impoverimento della qualità della vita che il sofferente sta sperimentando; ciò in concreto significa abbassamento del tono di vita in generale e quindi avvicinamento alla condizione di non sopravvivenza; tale condizione per giunta si autoalimenta a livello mentale, spingendo così la persona verso una situazione sempre peggiore.
Nella depressione ad esempio abbiamo, dapprima un evento che la persona vive come preclusivo delle sue personali aspettative sulla vita, poi abbiamo il radicamento nella mente della convinzione che le precedenti aspettative non possano essere ripristinate, quindi l’affioramento della depressione come inaccettabilità della nuova situazione esistenziale; a questo punto entra in azione la spirale discendente alimentata dalla consapevolezza della persona del suo stato di sofferenza da cui non riesce ad uscire, portando quindi il soggetto ad essere depresso per essere depresso e ad essere depresso per i disturbi fisici e mentali che questo stato emotivo comporta.
Alla base di questo ciclo della sofferenza vi è in realtà un’aspettativa di vita che viene percepita dal sofferente come non più realizzabile; tale presa di coscienza determina un’idea di rischio di non sopravvivenza. In termini schematici abbiamo un percorso di questo tipo:
- evento "negativo"
- caduta delle aspettative previste di vita
- convinzione della impossibilità di mantenere il precedente livello di aspettativa
- non accettazione della nuova situazione
- depressione
- depressione per lo stato depressivo e per l’incapacità di uscirne
- spirale discendente e cronicizzazione dello stato
La maggior parte di noi affronta la vita con determinate aspettative, o se le crea strada facendo. Ci aspettiamo prima di tutto la salute, poi riteniamo perfettamente normale aspettarci di essere amati dalle persone che amiamo, ci aspettiamo poi di incontrare l’amore con la A maiuscola, inoltre noi stessi desideriamo essere eccezionali, unici, intelligentissimi, originali, ricchi, colti, eccetera.
Forse stiamo un poco esagerando è vero, ma siamo sinceri, non siamo poi così lontani dalla verità sulle nostre elevatissime aspettative sulla vita.
Questi (od altri) livelli di aspettative vengono però il più delle volte pesantemente disattesi; a volte possiamo serenamente accettarlo nel nostro intimo, e allora i danni sono minimi, ma altre volte non ce la facciamo, si rompe qualcosa al nostro interno e diciamo ”no, questo no”. Possono essere cose gravissime come la scomparsa di persone vicine, la morte di un figlio, gravi infermità, cose cioè che non rientrano in quanto noi siamo normalmente disposti ad accettare nel nostro inconscio. Oppure possono essere situazioni apparentemente più leggere, come una delusione amorosa, un tradimento di un amico, qualcosa che però alla persona che lo subisce appare insopportabile.
Questo è un aspetto interessante, da tenere ben presente: situazioni diverse, eventi di gravità molto diversi, possono produrre gli stessi effetti mentali, mentre eventi simili non sempre causano uguali reazioni e danni.
Ciò è dovuto al differente livello di aspettative che le persone hanno nei confronti della vita.
...Un aspetto interessante, da tenere ben presente è che situazioni diverse, eventi di gravità molto diversi, possono produrre gli stessi effetti mentali, mentre eventi simili non sempre causano uguali reazioni e danni.
Ciò è dovuto al differente livello di aspettative che le persone hanno nei confronti della vita.
La caduta delle aspettative che, consciamente o inconsciamente, abbiamo circa la nostra vita, ha a che fare con il nostro concetto di sopravvivenza. Nel caso in cui l’evento sia fisicamente perturbativo, tutte le menti, tendenzialmente reagiscono in modo simile: è oggettivamente il rischio di sopravvivenza fisica che è in gioco. Quando invece l’evento è completamente nella sfera mentale, è soggettivamente coinvolta l’idea della qualità della sopravvivenza. Questa soggettività investe l’idea stessa di come deve esser la vita della persona.
CIÒ CHE CI ASPETTIAMO DI REALIZZARE È IN REALTÀ CIÒ CHE HA POTERE SU DI NOI.
tratto da "LA PSICOANALISI DEL BUDDHA E IL PECCATO ORIGINALE"
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